Tomaso Montanari, Se chiude la Biblioteca Nazionale di Firenze

Mi viene da piangere.

Emergenza Cultura

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Fuori dalla cesta

Pescatori di perle

Intervista all’agente letterario – 02 – TILA


[La sezione online della rivista «Pescatori di Perle» non ospita solo racconti, ma anche articoli e interviste. L’idea di fondo è quella di tenere come linea guida il binomio «aspiranti autori / scuole di scrittura». Abbiamo posto qualche domanda ai maggiori agenti letterari sulla piazza, e pure a qualcuno di meno noto. A ognuno di loro sono state sottoposte le medesime domande; le interviste sono state fatte con un giro di email. Laddove non aveva senso lasciare una domanda, questa è stata tolta e, in alcuni casi, le risposte, unite. Il primo articolo di questa serie ha visto rispondere Stefano Tettamanti dell’agenzia Grandi&Associati]
Per la serie dedicata alle interviste degli agenti letterari, oggi abbiamo il piacere di ospitare Valentina Balzarotti. Milanese, dopo aver frequentato la scuola tedesca e liceo classico, si è laureata in Lettere Moderne. In seguito è stata borsista presso…

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Stivali gialli

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Filomena Giannico è arrivata in ospedale per il turno di notte. Ha percorso i corridoi senza togliersi cappello, sciarpa, guanti e giaccone, il freddo ci mette sempre un po’ a passare. E’ l’ultima ad arrivare, gli altri infermieri ed infermiere sono già pronti e l’aspettano nella medicheria per le consegne. La salutano sorridendo ma lei sa che sono solo sorrisi di circostanza. Le dicono che quella notte il medico di turno è il dottore Ferrero: non è una buona notizia.

Il dottor Giuseppe Ferrero beve una tisana ai frutti rossi appoggiato al lavello della cucina, guardando le immagini senza audio della partita di Coppa Italia. Dal passo risoluto riconosce la Nilde prima che entri. E’ venuta a fare il caffè, senza offrirglielo: sa che per lui è ancora presto, lo prenderà più tardi, verso le undici. Uscendo, l’infermiera commenta che quella sembra proprio una serata tranquilla e Giuseppe Ferrero pensa che ora è sicuro che succederà qualcosa, perché la sfortuna ha le sue leggi e non perdona simili imprudenze.

Il suo ospedale è piccolo ma bello, così lo pensa. E lo pensa suo non per caso: a parte i venti anni di servizio, lui può vantare anche un forte impegno come sindacalista negli ultimi dieci e nel partito, più di recente.

Il calcio, comunque, non lo interessa veramente, e quella partita lo ha già annoiato. Sciacqua la tazza nel lavandino e la mette capovolta ad asciugare: lui non è un medico che si approfitta di infermieri e operatori socio sanitari, lava sempre le sue tazze.

Nel corridoio si affaccia alla finestra che dà sulla valle, la neve alta lo rassicura. Dall’ospedale si vede bene il paese e gli altri piccoli centri abitati di sua competenza. Lui è lì a presidiare il forte, nel caso in cui una delle donne in questo momento tranquilla e al caldo in casa propria decidesse di partorire proprio stanotte.

L’immagine veloce di una infermiera si riflette nel vetro buio. E’ quella nuova, la napoletana.

Le infermiere del giro letti sono già partite, hanno iniziato dal numero basso parte sinistra del corridoio; il prossimo inizierà all’opposto. Fanno attenzione anche a queste cose in questo piccolo ospedale, hanno il tempo di farlo. Pensa Mena.

Lei e Valeria, Lavale, sono al nido, dai neonati. Ce ne sono solo tre, maschi, di cui uno in incubatrice. Lavale è l’unica con un po’ di interesse verso di lei, anche se fa domande del cazzo, a volte. Ma va bene anche così, almeno qualcuno le rivolge la parola, ogni tanto, e non per parlare di lavoro.

I bambini dormono ma fra poco sarà l’ora della poppata e loro li porteranno dalle mamme che, se vorranno, potranno tenerli con loro anche tutta la notte. Mena non ha figli e non ha in programma di averne, per ora, come potrebbe, manca la materia prima: un padre.

E’ l’unica meridionale nel reparto. Susa è troppo a nord perché a qualcuno dei suoi compatrioti sudisti possa venire in mente di cercare un posto lì. Veramente troppo a nord. Ci vogliono tredici ore di treno per tornare a Pozzuoli, e lei, infatti ci torna di rado. E va bene così.

Passando dal corridoio vede Beppe Ferrero appoggiato al davanzale della finestra buia, che di giorno diventa un bellissimo quadro naturale con montagne e boschi. E, d’inverno, bianco di neve. Bello davvero, a lei piace guardare la neve, se è dentro una stanza calda.

Il problema col dottore Ferrero è che non si fida di lei. E solo perché è meridionale, è sicura, non ha mai fatto errori gravi, mai messo in pericolo nessuna donna o bambino. Solo, lui, non la vuole vicino. Cerca di non averla in équipe. Tutto qui.

Il silenzio serale del reparto è interrotto da voci: Lavale la cerca, vede Nilde correre. Poi anche Tommy. Vogliono sapere se ha visto Beppe. Sta guardando il panorama, vorrebbe rispondere, ma ecco che lui arriva a passi lunghi, molto velocemente.

E’ arrivata una chiamata dal Soccorso alpino, dice Nilde, sta arrivando l’elicottero con una donna all’ottavo o nono mese. Da dove? Dal Monginevro.

Filomena vede trasalire i colleghi. Lei non si orienta ancora bene con la geografia del luogo, chiede che problema c’è, perché sono sbiancati. Risponde Nilde: Monginevro, Francia. Filomena continua a non capire.

I ragazzi nella sala del Soccorso Alpino stanno finendo la partita a tressette: durata troppo, vinta e persa con neanche un commento. Senza darlo a vedere ognuno controlla l’ora sul cellulare oppure, in modo più evidente, alza gli occhi al grande orologio appeso alla parete. Hanno tutti gli scarponi ai piedi.

Alberto è fuori da un’ora, da poco è iniziato a nevicare. Hanno controllato già due volte che tutto sia pronto sull’elicottero.

Umberto, il medico, lo sente per primo, fa segno a tutti di tacere. La voce di Alberto nella radio spiega che ha trovato qualcuno, svenuto.

In un attimo sono fuori in tre: pilota, guida e medico.

In dieci minuti arrivano all’abete sotto il quale Alberto sta cercando di tenere in piedi un essere umano. Dall’alto di più non vedono. Calano la barella, poi scendono Umberto e Patrizio. Non è uno scherzo mantenersi in equilibrio attaccati al verricello, ma ce la fanno. Non è la loro prima volta. Dopo alcune manovre, agganciano la barella che viene tirata su. Poi, salgono anche i soccorritori, lentamente. Alberto non va con loro, non c’è posto sull’elicottero e comunque senza di lui arriveranno prima all’ospedale.

Il vento soffia dal Monginevro senza incontrare ostacoli, scuotendo le cime degli abeti che lasciano cadere grosse falde di neve sulla coltre bianca che a terra copre ogni cosa. I suoni scivolano nel silenzio della montagna, i tonfi si sentono da lontano. La luna è coperta da grosse nubi, una breve tormenta è appena finita. Il buio è rischiarato solo dal chiarore della neve che riflette quel poco di luna che riesce a bucare le nuvole.

Alberto Dalmasso è salito da Bardonecchia, ciaspole e lampadina sulla fronte. Nel pomeriggio era arrivata una segnalazione e lui è una guida alpina. Aveva preparato la cena insieme a Loretta, in silenzio. Avevano mangiato carne e verdura mentre lei lo guardava sorridente. Dopo cena era passato a salutare i ragazzi del Soccorso Alpino, dicendo: vado. Nessuno gli aveva chiesto niente. Alberto non è sicuro che i ragazzi siano d’accordo ma sa che non lo lascerebbero mai nei guai, né lui né chiunque altro.

Era salito sulla campagnola e arrivato fino dove poteva arrivare, poi si era messo le ciaspole ai piedi.

Essere sulla montagna al buio, nella neve alta e nel silenzio totale è per Alberto un momento di assoluto, la possibilità di uscire da se stesso per perdersi e fondersi in qualcosa di più grande e sacro che lo riempie completamente.

Camminava con fatica mentre cercava orme, rami spezzati, un qualsiasi elemento che interrompesse la levigatezza della superficie naturale e incontaminata della neve e segnalasse la presenza di un elemento fuori posto.

Ecco, sembrava una montagnetta di neve in mezzo a un prato, vicino a un grosso pino. Aveva puntato la lampada: in mezzo al cerchio di luce, qualcosa di colorato. E’ sicuro di avere trovato quello che cercava. E’ una ragazza molto giovane, i fiocchi di neve sulla giacca da vento azzurra che non si chiude sul ventre di otto o nove mesi.

Alberto Dalmasso ha trovato una donna incinta a millenovecento metri di altezza, nera come la pece sulla neve candida, vicino al confine tra Francia e Italia.

E’ nella culla, arrotolato nel lenzuolo dell’ospedale e in una coperta grigio militare. Non hanno niente di meglio, non hanno coltri piumate per quel bambino appena nato nel reparto ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Susa. Le mamme, di solito, portano loro tutto il bendidio di corredo che serve. Questa ragazzina nera, invece, aveva solo il suo bambino in pancia.

Mai visto un piccino così piccolo e perfetto, pensa Ferrero. Ma no, sono tutti così, l’unica vera differenza è che questo è nero, anzi blu scuro. Ha dovuto fare un cesareo, la madre non era assolutamente in condizione di partorire naturalmente. La filosofia del suo reparto è di favorire il parto naturale ma, ovvio, quando serve, serve.

Era arrivata sulla barella, con la coperta termica luccicante, il nero della pelle quasi grigio: Ferrero non aveva capito subito se era svenuta o cosa. Aveva notato però i piedi nudi, gli stracci colorati bagnati buttati sotto la barella, insieme a degli assurdi stivali di gomma gialli.

Con lei era entrato il gruppo del Soccorso Alpino, e i carabinieri. Un sacco di gente che aveva occupato il corridoio prima di essere fatta sgombrare da Nilde in sala di attesa.

Erano arrivati tutti, compresa la napoletana che non era rimasta in silenzio: chi è questa, aveva chiesto. Nessuno aveva risposto, tutti avevano immaginato. Chi è? La conoscete?, aveva continuato.

Dal Monginevro di maschi neri negli ultimi mesi ne erano arrivati tanti. Questa era la prima puerpera.

Filomena non aveva capito che cosa stava accadendo per un bel pezzo. Non era certo la prima africana che partoriva lì, da loro. Poi, aveva iniziato ad intuire. Da sola. Nessuno si era curato di spiegarle niente.

Erano tutti intorno, i suoi colleghi infermieri, ma nessuno che si desse da fare, ognuno guardava il corpo di quella ragazza che giaceva immobile come se ne avesse paura o pietà. Senza osare toccarlo.

Così aveva preso lei in mano la situazione, iniziando a spingere la barella fino a quando anche Tommaso aveva appoggiato prima una, poi entrambe le mani, e l’aveva aiutata a manovrare nei corridoi e fino alla sala parto.

Il trasbordo sul lettino operatorio era stato facile, tanto era leggera quella ragazzina. Mena lavorava, muoveva le mani in coordinamento con la testa, come sempre, come era naturale nel suo lavoro. Le infermiere fanno, agiscono mentre pensano. A volte prima.

Questa ragazzina ha avuto un coraggio da leone, altro che. Ha deciso di conquistare un posto per suo figlio nel Primo mondo, in ultima fila, anzi, nel loggione, lassù dove non si vede niente e i cantanti si intuiscono solo piccole macchie in movimento. Questa ragazzina doveva avere deciso però che era sempre meglio portare la propria pancia a nascere in un loggione europeo che lasciarla a morire in Africa.

Ferrero aveva deciso di fare il cesareo. Tommaso aveva detto a Filomena che andava lui a chiamare l’anestesista e il ferrista di turno e l’aveva lasciata in sala parto con la ragazza. La flebo era pronta, quando Filomena inserì l’ago nella vena la ragazza neppure si mosse.

Beppe era pronto. Era entrato in sala parto e aveva controllato i parametri vitali che erano molto bassi, quella ragazzina molto probabilmente non sarebbe sopravvissuta ma Beppe voleva che il suo bambino nascesse e sano.

La napoletana lo aveva guardato. A lui erano sembrati occhi di sfida ma forse era solo la stanchezza di quell’ora di notte profonda. Dopo un attimo gli aveva detto che voleva partecipare. A cosa? Aveva chiesto. Poi, sì, ho capito. Vada pure a lavarsi, aveva sussurrato. Non sarebbe successo niente prima di un quarto d’ora, forse più, dovevano arrivare i reperibili. Beppe aveva deciso di aspettarli lì, in sala.

La ragazza ora dormiva, sembrava serena. Ci sono alcuni che, nonostante le sostanze che vengono loro iniettate in vena, hanno la faccia stravolta, muovono le pupulle, si agitano. Quella ragazza invece è tranquilla, forse è consapevole di aver portato a termine la sua missione. Beppe sa che i suoi pensieri altro non sono che proiezioni del suo senso di colpa o, al massimo, dei suoi desideri. Ma non gli importa. Arriva la napoletana, Filomena si chiama. Dietro di lei i reperibili. Si comincia.

Intellettuali e rappresentanza

“L’errore dell’intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed esser appassionato ( non solo del sapere in sé, ma per l’oggetto del sapere) cioè che l’intellettuale possa essere tale ( e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo (…) non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo.nazione. In assenza di tale nesso i rapporti dell’intellettuale col popolo-nazione sono o si riducono a rapporto di ordine puramente burocratico, formale; gli intellettuali diventano una casta o un sacerdozio ( così detto centralismo organico). Se il rapporto tra intellettuali e popolo-nazione, tra dirigenti e diretti – tra governanti e governati – è dato da un’adesione organica in cui i sentimento passione diventa comprensione e quindi sapere ( non meccanicamente ma in modo vivente), solo allora il rapporto è di rappresentanza. (…)”Antonio Gramsci, Il materialismo storico.

Scritture

Sto scrivendo un romanzo nel quale uno dei protagonisti è un luogo, una paesino, ormai distrutto che rimane come radice identitaria dei suoi abitanti. Molto importante per il mio testo è un bellissimo libro che si chiama Il senso dei luoghi, di Vito Teti, professore all’Università della Calabria; ne ho già parlato qua.

Ora vorrei riportare un brano che rappresenta il punto di partenza del mio testo.

“Quando parlo di sentimento dei luoghi, pur non escludendo la magia che essi possono esercitare, non intendo costituire una metafisica dei luoghi, collocarli in una sorta di immobilità e astoricità. I luoghi hanno una loro posizione geografica, spaziale, ma sono sempre, ovunque, una costruzione antropologica. Hanno sempre una loro storia, anche quando non facilmente decifrabile; sono il risultato dei rapporti con le persone”.
Il luoghi sono il risultato dei rapporti tra le persone, hanno una dimensione fisica, materica, ma anche storica e sociale. Ne deriva che le persone, gli uomini e le donne, hanno la possibilità di cambiarli e di essere cambiati da essi. I luoghi hanno una memoria contenuta sia nella loro dimensione materiale che in quella immateriale. Il ricordo, quindi, la memoria degli abitanti e dei discendenti degli abitanti ( profondamente diverse l’una dall’altra) ha un ruolo fondamentale nella costruzione di un determinato luogo. Sopratutto se quel luogo è andato distrutto, non esiste più e tutto ciò che si può fare per riportarlo in vita è affidarsi alla memoria degli uomini e delle donne che in quello hanno e hanno avuto radici.

Basta poco per migliorare la giornata

cherchi grazie

Ho letto questo piccolo libro che Papero Editore ha ripubblicato dopo che era uscito dal catalogo dell’ editore precedente.
Ho conosciuto Grazia Cherchi durante la frequentazione de La Bottega di Narrazione e quindi grazie ai suggerimenti di Giulio Mozzi e Gabriele Dadati, che è anche l’editore di Papero. Non sapevo chi fosse, ed era una giornalista, una consulente editoriale ed editor tra i più importanti della nostra letteratura. E’ morta nel 1995.
Questa non è una recensione, non sono in grado di farne una; vi dico cosa ho pensato mentre leggevo il libro: mi sono divertita e stupita, ho goduto della sottile ironia e del sincero spaesamento e straniamento che Grazia mostra di fronte a cose diverse: la maleducazione dei giovani in autobus, l’indifferenza, le personalità narcisistiche e l’egoismo dei suoi molti amici scrittori. La scrittura di Grazia è precisa, curata e distaccata. Molto bella.
Non ho altro da dire. Meglio lasciare la parola a lei.
” Certamente terrò conto dei tuoi consigli”, disse allarmato.
“E’ la prima stesura?” , azzardai
” A dire il vero è la terza e pensavo l’ultima”
Ci guardammo perplessi.
“Scusami ma mi sembra ancora un po’ farraginoso”.
Consigliavo di togliere su per giù una quarantina di cartelle.
“Insomma non ti è piaciuto”.
E poi, ancora
Sono in attesa di Sandro e Roberto, di professione critici letterari. L’indispensabile c’è, una bottiglia di wisky e mezza dozzina di bottiglie di Campari.
Chi arriverà per primo mettendomi discretamente in guardia dall’altro?
E anche
( siamo in autobus, luogo che Grazia frequenta spesso)
“Sei Grazia, vero?”, chiede uno sconosciuto. Non posso negarlo, ma sono già sulla difensiva.
“Non ti ricordi di me? Sono Bruno. Abbiamo fatto il liceo insieme”.
A ben guardarlo, rassomiglia molto al padre del mio antico compagno di scuola.
“Faccio l’architetto ma mi sono stufato”; mi informa. “Così mi sono preso due anni di libertà e ho scritto un romanzo”.
Il tono è di chi annuncia una buona novella.
“Non fa notizia. Oggi tutti scrivono romanzi”; dico.
“Sì, ma questo è speciale. Non dovrei essere io a dirlo, ma è proprio speciale. E ci ho impiegato due anni, due anni della mia vita! TI ho cercato molto negli ultimi tempi, ma non ti trovo mai. Vorrei che tu lo leggessi e mi dessi il tuo parere”.
La situazione  è eccellente: la prossima fermata è la mia.
Infine
Arriva Silvia, trafelata e senza gatta. In soggiorno ci mettiamo alla ricerca di un libro che incautamente le ho prestato e di cui ho bisogno.
(…)
Mentre invece del libro trova una quantità di altre cose che le strappano esclamazioni di sorpresa, Silvia mi intrattiene sulla sua lussureggiante vita sentimentale. Qui servirebbe una mappa. Questo tipo di confidenza, in cui eccelle, ha sempre le stesse parole d’avvio “Lo dico solo a te”. In questo preciso momento; in quello antecedente e successivo lo ha detto e lo dirà a chiunque capiti. Sono passioni travolgenti, le sue, e di eccezionale brevità. (…)
La domanda “Tu cosa faresti?”, inframmezza continuamente il racconto, ma Silvia provvede di persona a rispondere. 
Grazie a Il Papero, a Gabriele per aver fatto vivere di nuovo questa piccola luminosa cosa letteraria, arguta e intelligente, che migliora la giornata a chi la legge.

 

La vanità sul Fatto

L’incipit e un estratto del mio romanzo inedito “La vanità dell’odio” sono stati pubblicati oggi sul blog di Remo Bassini, su Il Fatto quotidiano. E sono qua. Chi è interessato a leggere può farci una capatina.

Remo Bassini è un giornalista, è stato direttore de La Sesia, giornale di Vercelli, una persona con interessi e passioni sociali, è stato assessore della sua città e scrittore di libri molto belli.