per capire, a volte, bisogna chiedersi: a chi giova?

Sono stata molto stimolata alla riflessione dall’articolo che ho ribloggato sotto. Un articolo molto bello scritto da una donna medico, anestesista, del servizio sanitario pubblico, che non conosco, ma che penso lavori in Lombardia. Una bella ed appassionata difesa della professionalità e della passione degli operatori del sistema sanitario pubblico, completamente condivisibile come cittadina e come lavoratrice del servizio sanitario pubblico, anch’io.

Emergency ha collocato un proprio mezzo mobile a Milano tramite il quale offre prestazioni sanitarie gratuite. Sul sito scrivono: “ Nonostante sia un diritto riconosciuto, anche in Italia il diritto alla cura è spesso un diritto disatteso: migranti, stranieri, poveri spesso non hanno accesso alle cure di cui hanno bisogno per scarsa conoscenza dei propri diritti, difficoltà linguistiche, incapacità a muoversi all’interno di un sistema sanitario complesso.”

Non può non riconoscere la validità e verità di queste affermazioni. Eppure.

Ci sono due ordini di problemi, secondo me: uno riguarda la percezione del sistema sanitario pubblico in Italia e l’altra le cure sanitarie nei paesi economicamente meno sviluppati.

Partiamo dal primo. Il sistema sanitario che conosco io, quello toscano, stando a tutte le rilevazioni uno dei migliori in Italia, è una azienda enorme, nella quale lavorano migliaia di persone in genere con alte professionalità. Rappresenta la prima fonte di spesa del bilancio regionale ed ha un’influenza molto grande sulla vita delle persone *. Ovviamente l’urbanistica o il paesaggio sono anch’essi assessorati importantissimi ma, quando la gente sta male, non sente storie: vuole essere curata bene, subito e possibilmente gratuitamente. Qualsiasi intervento sanitario non abbia i canoni di cui sopra, e quindi non risponda appieno alle aspettative delle persone, diventa subito “inefficienza”, “un troiaio”, come diciamo dalle nostre parti. Probabilmente è proprio su queste alte aspettative delle persone, alimentate da anni di servizio sanitario efficiente, che si innestano le facili operazioni di delegittimazione. Invece di spiegare che cosa è cambiato, le riduzioni dei finanziamenti ad esempio, la necessità di introdurre controlli di merito più efficaci, la necessità sempre più impellente di eliminare gli sprechi e migliorare l’efficienza,  è più conveniente ( per chi?) sparare a zero dicendo che è tutto un troiaio.

Intendiamoci: ci sono decine e decine di cose da migliorare nel sistema. Nessuno lo sa meglio di chi ci lavora. Tuttavia, dire che è tutto un casino rende più facile, molto più facile smantellare tutto. Poi dopo, qualcuno che cura la gente si dovrà pur trovare.

Ecco perché se Emergency, o altri, vogliono davvero dare una mano agli immigrati, ai poveri a quelli che trovano il sistema particolarmente complesso, – e lo è -, dovrebbero fare anche una azione politica seria, tesa a riportare livelli di spesa adeguati nella sanità pubblica oltre a pretendere miglioramenti e razionalizzazioni organizzative sempre troppo lontane dall’essere efficaci.

Tutti noi dovremmo farlo, tutti i cittadini singoli o organizzati, tutti i partiti politici.

Secondo problema. Le cure nei paesi meno sviluppati. 

Non facciamo, per favore, l’equazione, siamo noi – europei, italiani – diventati come loro.

Ho fatto cooperazione internazionale, ho abitato in amazzonia due anni. La mattina alle quattro le madri sono già in fila con i figli, anche neonati, in braccio, febbricitanti, per essere visitati dal medico di turno al Posto di Salute. Un adolescente con gravi problemi di cuore, che abitava in una baracca sul fiume, fece domanda per ottenere un volo di stato, gratuito, per andare ad operarsi non ricordo dove, San Paolo forse. La madre del ragazzo, che lo avrebbe accompagnato, fece una colletta nel quartiere, raccogliendo l’equivalente di cento euro che immaginava, giustamente, le sarebbero serviti una volta nella grande città. Eccetera…

La salute in certi paesi è riservata solo a chi può permettersela, nel senso stretto, nel senso che gli altri, muoiono.

* sia detto per inciso gli ultimi tre presidenti della Regione, Rossi ( in carica), Martini e Chiti sono stati tutti, prima di essere eletti alla massima carica regionale, assessori alla sanità. E provo a fare una previsione: l’attuale assessore alla sanità, Stefania Saccardi, forse sarà la prima donna presidente della Regione.

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