La corsa di Isolina

Era uno scheletro in un campo, ai margini dell’autostrada. Era solo uno scheletro, faceva paura.

Gli esperti dei carabinieri capirono subito che era una giovane donna.

Il maggiore Giacomo Morabito era arrivato in seguito alla chiamata di un agricoltore che aveva deciso, quel giorno, di andare a lavorare una striscia lungo lo svincolo dell’autostrada, che stava lì nel disinteresse di tutti.

Il maggiore si era chinato su quelle ossa e, nonostante l’abitudine ai cadaveri, aveva avuto un conato. Era esperto nell’esaminare gente morta da un po’, e ultimamente aveva fatto ulteriore pratica perché c’era in giro un pazzo che aveva iniziato ad ammazzare ragazze giovani, prostitute. Gli omicidi di quel genere non erano frequenti ma a Pisa, dall’ inizio dell’anno, era la terza ragazza trovata in un campo. Si abbassò sulle ginocchia per osservare da vicino quel cadavere. Doveva essere stata piccola. Una ciocca di capelli rossi era ancora appiccicata alla testa

Isolina corri, dai cazzo!, veloce, ti prende la pula. Isolina salta!, alla svelta, prendi il borsone blu con le tue cose dentro e salta, e poi corri, veloce, tra le rotaie, saltando le traversine, scivolando sotto la pancia dei merci, per non farti prendere dalla Polfer.

Isolina corre male, è giovane, sì, ma zoppa. La prendono quasi sempre. C’è Abdul davanti a lei, lui sì che corre alla svelta. Non lo beccano mai. Si gira, le prende il borsone e le dà appuntamento al solito posto, quella sera stessa. Lei dovrà cercare però di non farsi prendere.

Oggi c’è quella donna di turno. E’ di Napoli, come lei. Ha i capelli lunghi, mossi, rossi come lei, legati stretti sotto il cappello da poliziotta. La vede da lontano e le corre dietro, sempre più veloce. “Cazzo, ma che, fa sul serio ‘sta pulotta? Vai in palestra eh, brutta puttana, ti tieni in forma”. Ora sono solo loro due, dietro un merci lunghissimo, Isolina sente di non averne più, si gira. La poliziotta napoletana la guarda e con la mano le fa un cenno, come a dire: tela, dai, testa di cazzo corri, e poi rallenta un po’, poco, quello che basta perché Isolina riesca a buttarsi di là dalla staccionata grigia e scomparire dalla sua vista.

Buio pesto nel vagone, sono in dieci, lei è l’ unica donna. E’ la prima sera che dorme alla stazione. E’ scappata dalla comunità quella mattina. Sarà la decima volta che scappa, non perché in comunità ci stia male solo perché ci sta troppo stretta.

Ci ha provato, seriamente. Si è disintossicata, almeno quattro o cinque volte. Non è quella la cosa difficile. Difficile è dopo, quando con il suo italo – napoletano pieno di errori, le sue gambe disuguali, la vergogna a parlare con chiunque, deve “reinserirsi”. Reinserirsi significa tutte cose difficili: trovare un lavoro e poi una casa, quelli sono i due fondamentali. E certo, a parole sembra facile reinserirsi, ma è difficilissimo per chi, come lei, inserita non lo è stata mai.

Nove uomini e una ragazza di ventitré anni a dormire dentro quel vagone, il più lontano dalla Stazione. Non ci aveva pensato Isolina, che poteva capitarle una cosa del genere. Chissà che pensava nella sua testa ingenua, nella sua testa dura. La prima sera la violentano in due, forse gli altri sono troppo vecchi o troppo ubriachi, non lo sa perché non li vede.

Al sorgere del sole che filtra dalle fessure della porta del vagone si butta a terra e lentamente arriva al bagno della stazione, entra e si lava, guardandosi allo specchio. Quella immagine che vede, vagamente rossa, che dovrebbe essere lei, scompare lentamente, lascia il posto al niente, all’aria, alla trasparenza fredda dell’aria di quella mattina d’ inverno. Isolina non c’è più.

Quella sera stessa torna alla stazione, al vagone. E’ Novembre, fa freddo, non vuole morire congelata, e poi non sa dove altro andare. Entra e dentro sono in dodici, undici uomini e lei. C’è anche Abdul, un ragazzo marocchino, giovane, sieropositivo, con cui ha diviso qualche pera in passato. Le sorride, lei ricambia e si sdraia accanto a lui. Lo bacia. Lo bagna di lacrime e gli dice: “Mi vuoi per te, solo per te?” Lui non crede alla sua fortuna e quella prima notte fa a botte per lei. Da allora nessuno la disturba più.

E’ la prima volta dopo anni che si mette una gonna. Lunga quasi fino ai piedi, nera, con le scarpe da ginnastica rosse. Alla festa del commercio equo in Piazza delle Vettovaglie è andata con quella volontaria della Caritas che aveva conosciuto in Comunità. Non è male quella ragazza solo, a volte, non capisce cosa dice, parla troppo difficile. E vuole fare la simpatica. Tra le due cose Isolina non sa cos’è peggio ma si adatta anche a uscire con la volontaria della Caritas perché è tanto che non va in un posto qualunque, con gente normale, con i bimbi che giocano, le bancarelle, un palco per la musica.

Sedute a un lungo tavolo di legno, mangiando un cous cous equosolidale nessuno la guarda, nessuno fa caso a lei. E’ solo una come le altre, una ragazza giovane che mangia con una amica. Non è Isolina la zoppa, Isolina la tossica, Isolina la napoletana, Isolina la rossa. E’ solo lei.

“Ciao Isolì, dove te ne vai?”

“A scuola, oggi interrogano.”

“Ah già…tu vai ancora a scuola.”

“Sì, perché, c’è qualcosa che non va?”

“No, no. Hai tredici anni, mai fatto forca? Non ci credo.”

“No Francè, mai. Mi sono persa qualcosa? Che fate voi quando fate forca?”

“Ce ne stiamo sulla spiaggia. Dietro le barche e ci divertiamo.”

“E come?”

“Come, come…se vieni, lo vedi. Ma che? Vuo’ davvero continuare ad andare a scuola?”

“No, vengo anch’io dietro le barche. Perché a me non mi avete mai invitata?”

“Forse perché sei un po’ strana”

“ Io? E perché?”

“Boh! Non so, forse per come cammini, forse per i capelli.”

“Che c’entra come cammino? Cammino, non ti preoccupare. Andiamo.”

 

“Piccola a mammà, vieni, ti prendo in braccio.”

“Mamma so scendere le scale da sola.”

“Ti aiuto, sennò inciampi.”

“So scendere le scale da sola. Sono zoppa ma non cado.”

“Mannaggia a me, che ti ho fatto così.”

“Non importa mamma, non piangere.”

 

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