Alla fiera di San Sebastiano

La chiesa di San Sebastiano a Xapurì, Acre, Brasile.san sebastiano xapuri

Laura e Fernando hanno preso il furgone della diocesi quella mattina, per andare alla festa del patrono di Xapurì, San Sebastiano.
Fernando sta guidando e il suo corpo sovrasta la ragazza nel sedile accanto. Sono partiti con un’ora di ritardo, che non è stata certo colpa di Laura. Ora il sole è già troppo caldo, e guidare il furgone a tutta birra con i finestrini aperti aiuta a superare l’afa, ma fa imbarcare dei quintali di terra rossa.
Le voci riportate dai ragazzini che hanno il permesso di cogliere i manghi nel suo giardino, a patto che gliene lascino almeno un paio, e quello che le aveva confermato Dona Augusta, la sua vicina di casa, concordavano sul fatto che la festa era bellissima, piena di gente che veniva dal fitto della foresta, facendo anche otto giorni di barca per arrivare.
Laura aveva poi fatto dei supplementi di indagine nel quartiere, e tutti dicevano che c’era anche un gran mercato dove si poteva trovare di tutto, cose uscite dalla fabbrica e prodotti della foresta, balsami che lenivano qualunque dolore compreso il male-di-vivere, resine profumate, interiora di quel tipo di rospo gigante che curano la tosse dei bambini.
São Sebastião, però, è una festa religiosa. Dona Augusta c’era stata una volta e raccontava che la sua fede era uscita più profonda e più pura per le scene di rara devozione cui aveva assistito.
Laura dunque, decise di accettare l’invito di Fernando.
Un’ora di ritardo non è ritardo per un indio, le aveva spiegato serafico lui, presentandosi sulla soglia di casa. Mentre lo aspettava lei si era arrabbiata talmente tanto che, sicura che non sarebbe arrivato più, si era messa a dormire. Lui, poi, aveva praticamente dovuto buttare giù la porta per svegliarla.
Arrivano a Xapurì che è quasi mezzogiorno.
Un fiume di gente occupa la strada di accesso al paese. Il rumore, i canti, le campane, la musica si sentivano da chilometri. La gente camminava in mezzo alla strada, pregando e spingendosi dolcemente a vicenda per arrivare alla chiesa che è bianca e arancio: bianche calcificate le mura e il campanile, come nei film sul Messico, arancio di caramella le ornature del tetto, gli spigoli del campanile, i bordi delle finestre.
Devono lasciare il furgone lungo l’argine del fiume, e spingere e sudare a loro volta per arrivare alla chiesa.
Il caldo dentro è quasi come fuori. La sensazione di frescura che Laura associa all’ ingresso in una chiesa è sostituita da un’aria appiccicosa di incenso e sudore, un miscuglio che prende alla testa, una sensazione sgradevole e intensa. Fernando non ci fa caso, ma lui è così alto che forse il suo naso respira aria più fresca.
Uomini e donne e bambini, tanti bambini, in piedi, seduti o in ginocchio, stanno pregando; centinaia sono le candele accese appoggiate dappertutto, sui candelabri e in ogni più piccolo spazio libero: sui davanzali, agli angoli e ai bordi delle pareti, sui gradini dell’altare. La cera cola dappertutto. Ci sono candele fino sopra al campanile e Laura pensa che, forse, è stato qualcuno che ha fatto un voto: “São Sebastião, se mia figlia Lucinda non muore di rosolia, per la tua festa, porterò una candela fino in cima al campanile.”
La statua del santo, in mezzo all’ altare, è una delle più colorate e trafitte mai viste. Probabilmente ha in corpo almeno il doppio delle frecce che devono averlo veramente ucciso. La posa sensuale e molle, i colori sgargianti, per niente realistici: è una statua molto carnale. Non per niente San Sebastiano è il santo protettore dei gay. Anche se lei di religione non sa quasi niente e neppure di gay. Quel santo ha un drappo rosso messo trasversalmente da una spalla a un fianco, come una stola appoggiata da una sarta di quartiere con pretese da stilista. E quel drappo, in quella precisa posizione, è la divisa della festa: lo portano molti degli uomini adulti che sono lì in chiesa, a pregare.
Laura si guarda un attimo intorno ma Fernando è sparito.
Più volte, da quando sono arrivati, lo ha visto preso da repentini raptus creativi che lo hanno portato a infilarsi dappertutto, ad arrampicarsi sul campanile e intrufolarsi perfino dentro il confessionale, rompendo gentilmente le scatole a persone che pregavano, per fotografarle nell’ attimo della concentrazione mistica.
Quando deve fare foto d’insieme la sua altezza lo aiuta, basta che alzi un braccio con la macchina in mano e scatti a casaccio che qualche foto buona viene fuori. Quando invece deve intrufolarsi tra la gente ha problemi a passare inosservato. Laura ha notato che è timido, come molti acreani con ascendenza indigena, e quindi si muove con cautela, lo ha visto guardarsi intorno chiedendo scusa con gli occhi a tutti gli occhi che incrociava, cercando di coprire la timidezza con un po’ di spavalderia.
Il suo mestiere è lui e, in quel luogo sperduto, in un certo senso lui è il suo mestiere.

Fernando è sparito senza preoccuparsi di Laura perché le cose lo hanno preso e se lo sono portato via; è stato risucchiato e non ha potuto fare a meno di lasciarsi andare. In quel momento non ha proprio pensato a Laura, tanto lei è una tosta, è perfettamente in grado di orientarsi a Xapurì e certamente non si perde tra la folla. Una che ha attraversato l’Oceano per arrivare fino lì, Fernando ne è sicuro, non si perde troppo facilmente.

Laura si è resa conto di essere sola e comincia a camminare a caso, senza un percorso o un obiettivo. Così facendo passa tre volte dalla stessa strada nella quale, nel giro di pochi minuti, trova persone diverse e atmosfere mutate. Ora che è senza Fernando, che con la sua stazza e la sua macchina fotografica attira l’attenzione di tutti, lei riesce a passare inosservata e ad andare dappertutto e quindi si infila tra la folla che diventa sempre più fitta, osservando e odorando quello che succede. Cercando di perdersi, in realtà.

Le catechiste vendono santini e medagliette ai banchetti fuori della chiesa dove lei compra uno scapolare con l’immagine di Santa Rita da Cascia; sulla piazza e nelle strade vicine, trova il mercato di cui le hanno tanto parlato.
Artigianato in pelle di animali non identificabili, gli anellini di cocco scuro che trova ovunque e di cui ha già fatto abbondante scorta, i monili fatti con i semi delle piante; i dolci di cocco e farina di manioca; le banane fritte salate e dolci; lunghi coltelli a serramanico, bellissime amache di tutti i colori, boccettine di vetro scuro con dentro ogni specie di balsamo; finimenti per cavalli e buoi, aratri: c’è proprio di tutto.
Sta camminando da qualche ora ed è completamente bagnata di sudore quando arriva all’ argine del fiume per cercare il fresco degli alberi tra i quali sono attraccate alcune imbarcazioni.
Con stupore Laura vede che, evidentemente, non erano tutti alla funzione religiosa perché le amache, appese di traverso ai pali che sostengono le coperture delle barche, sono pesanti di donne in conversazioni fitte e di bambini che giocano, gente che mangia e ascolta la musica delle orchestrine, piazzate in una specie di darsena lì davanti.
I gruppi, violino e fisarmonica come elementi di base, sono composti da bovari con cappelli da cow boy e con pance consistenti insieme a magri e scuri seringueros, i raccoglitori di lattice, con le facce serie. Tutte suonano il forrò, e, nonostante l’afa, alcune coppie di ballerini si danno già da fare in mezzo alla polvere.
Laura si sente fuori luogo in mezzo a quell’umanità. Ha già capito, almeno questo e da subito, che non ce la farà mai a trovarsi veramente a suo agio in quel posto, anche se le piacerebbe. Lo ha capito subito e si è tranquillizzata, rassegnata ad essere, sempre e inevitabilmente, quello che è.

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