leggendo Pasolini

Avevo letto solo Ragazzi di vita per un lavoro che anni fa, con la mia ong, avevamo fatto sulle periferie. Mi era piaciuto molto e molto mi aveva disturbato. La lettura non è gradevole come non è gradevole il fatto che esistano miseria, rozzezza e bruttura nel mondo. Il punto però non è se la cultura popolare sia bella, piacevole o abbia un valore estetico. Il punto è che è esistita, come differenziata da quella delle elites. Ed ora non c’è più, è sparita. Con essa è quindi sparito un mondo. Ma lo dice meglio lui.

” Noi intellettuali tendiamo sempre a identificare la «cultura» con la nostra cultura: quindi la morale con la nostra morale e l’ideologia con la nostra ideologia. Questo significa: 1) che non usiamo la parola «cultura» nel senso scientifico, 2) che esprimiamo, con questo, un certo insopprimibile razzismo verso coloro che vivono, appunto, un’altra cultura. Per la verità, data la mia esistenza e i miei studi, io ho sempre potuto abbastanza evitare di cadere in questi errori. Ma quando Moravia mi parla di gente (ossia in pratica tutto il popolo italiano) che vive a un livello pre-morale e pre-ideologico, mi dimostra di esserci caduto in pieno, in questi errori. Il pre-morale e il pre-ideologico esistono solo in quanto si ipotizzi l’esistenza di una sola morale e di una sola ideologia storica giusta: che sarebbe poi la nostra borghese, la sua di Moravia, o la mia, di Pasolini. Non esiste, invece, pre-morale o pre-ideologico. Esiste semplicemente un’altra cultura (la cultura
popolare) o una cultura precedente.(…) Faccio un esempio, molto umile. Una volta il fornarino, o cascherino – come lo chiamano qui a Roma – era sempre, eternamente allegro: un’allegria vera, che gli sprizzava dagli occhi. Se ne andava in giro per le strade fischiettando e lanciando motti. La sua vitalità era irresistibile. Era vestito molto più poveramente di adesso: i calzoni erano rattoppati, addirittura spesse volte la camicetta uno straccio. Però tutto ciò faceva parte di un modello che nella sua borgata aveva un valore, un senso. Ed egli ne era fiero. Al
mondo della ricchezza egli aveva da opporre un proprio mondo altrettanto valido. Giungeva nella casa del ricco con un riso naturaliter anarchico, che screditava tutto: benché egli fosse magari rispettoso. Ma era appunto il rispetto di una persona profondamente estranea. E insomma, ciò che conta, questa persona, questo ragazzo, era allegro.
Non è la felicità che conta? Non è per la felicità che si fa la rivoluzione? La condizione contadina o sottoproletaria sapeva esprimere, nelle persone che la vivevano, una certa felicità «reale». Oggi, questa felicità – con lo Sviluppo – è andata perduta. Ciò significa che lo Sviluppo non è in nessun modo rivoluzionario,
neanche quando è riformista. Esso non dà che angoscia. Ora ci sono degli adulti della mia età così aberranti da pensare che sia meglio la serietà (quasi tragica) con cui oggi il cascherino porta il suo pacco avvolto nella plastica, con lunghi capelli e baffetti, che l’allegria «sciocca» di una volta. Credono che preferire la serietà
al riso sia un modo virile di affrontare la vita. In realtà sono dei vampiri felici di veder divenuti vampiri anche le loro vittime innocenti. La serietà, la dignità sono orrendi doveri che si impone la piccola borghesia; e i piccoli borghesi son dunque felici di vedere anche i ragazzi del popolo «seri e dignitosi». Non gli passa
neanche per la testa il pensiero che questa è la vera degradazione: che i ragazzi del popolo sono tristi perché hanno preso coscienza della propria inferiorità sociale, visto che i loro valori e i loro modelli culturali son stati distrutti.” 11 luglio 1974 . Ampliamento del “bozzetto” sulla rivoluzione antropologica in Italia in Scritti Corsari, Garzanti Editore, 1975,1981

Il brano è illuminante, così tragicamente chiaro. Però, dal mio modesto punto di osservazione, grazie anche alle mie esperienze all’estero, ad esempio, tra gente molto povera in Amazzonia, quella nuova tristezza del garzone del fornaio – che si è accorto della propria inferiorità sociale, a me pare del tutto naturale ed appropriata. O bisogna pensare che sia meglio la spensieratezza e allegria che è figlia dell’ignoranza? Spiegatemi, forse non ho capito qualcosa.

Aspetto commenti, non leggete passando oltre.

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2 thoughts on “leggendo Pasolini

  1. Buongiorno Melania,

    chiedo scusa, forse non ho capito qualcosa: intendi dire che anche in Amazzonia i garzoni dei fornai (o l’equivalente, insomma) una volta erano allegri nel loro mondo culturale, e ora invece sono diventati tristi per aver “preso coscienza della propria inferiorità sociale, visto che i loro valori e i loro modelli culturali son stati distrutti”?

    Ciao,
    Gianluca

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    1. Buon giorno Gianluca, grazie molte del tuo commento. Provo a rispondere, ma forse non ho capito la domanda. A me sembra normale che una persona in condizioni di inferiorità economica e sociale, che vive al limite della sussistenza, quando entra in contatto con il mondo dei ricchi e influenti con questi si confronti e diventi, per usare un eufemismo, molto triste. Pur possedendo una sua cultura che, come dice bene PPP, non ha niente da invidiare a quella di altri strati sociali,questa persona si rende conto che questa sua cultura non ha spazio, non ha possibilità di esistenza. Lui stesso inizia a considerarla come un qualcosa di antico o inutile e si adegua all’altra cultura, quella dominante. Parlando specificamente della mia esperienza in amazzonia, lì mi pare la questione sia anche più grave perché la cultura dei popoli della foresta, così li chiamano, è ancora molto presente, anche in quelli che non sono indios o hanno solo qualche ascendenza, ma è una cultura che viene preservata, come in una riserva. Anzi, proprio in riserve. Spero di essere riuscita a farti capire meglio il mio punto di vista. Sennò…sono qua.

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