Solo gli scarafaggi

Quando sono arrivato in questo ospedale ero in condizioni pietose, ora posso ammetterlo. Loro mi hanno rimesso in sesto, da un certo punto di vista.

Con Francesca eravamo venuti tante volte in Afghanistan, a volte come inviati di giornali italiani o tedeschi, altre volte come free lance. Questo per dire che non siamo sprovveduti ma seri professionisti che valutano i pericoli e prendono le protezioni necessarie, compreso avvisare l’ambasciata e la Farnesina. E poi, eravamo in due. E’ questo il punto.

La luce in questa stanza sembra sempre la stessa. Dalla finestrella qua in alto a destra, fino a ieri, vedevo le persone che passavano in strada, sentivo i rumori. Ma luce, poca. Se non fosse per le lampade, il pomeriggio farebbe buio presto.

Ho le idee confuse. Sono i farmaci. E questa stanza, in questo ospedale. Ma devo pensare, devo capire che cosa è successo. Non sono completamente andato: questo è davvero un ospedale. Quando sono arrivato, molto tempo fa, non ricordo quanto, ho visti i medici, le infermiere e tutto quello che c’è di solito negli ospedali. Mi hanno assegnato questa stanza da solo perché ero violento, quando sono arrivato.

Francesca usava uno stratagemma semplice ed efficace: si infilava un chador, quel velo nero che copre dalla testa ai piedi, e nessuno la notava. Lei poi ha, aveva, questi occhi neri meravigliosi, da araba, dicevo io. Per quanto mi riguarda, sono siciliano, quindi fortunato: ho anch’io occhi castani e capelli neri folti. Basta non tagliarsi la barba e il gioco è fatto. Nessuno ci notava per strada. Eravamo una coppia, io camminavo avanti, con la telecamerina nella tasca dei pantaloni ampli, lei qualche passo dietro, con un ben di dio di registratori, taccuini, telecamere e documenti, sotto il chador.

Ho sete. A quest’ora di solito l’infermiera viene a controllare come sto e le posso chiedere dell’acqua.

Un giorno, la vedo come fosse ora, Francesca camminava dietro di me, come al solito, sguardo basso – come le donne di qua – sento una gran frenata, mi giro, una BMW si ferma, gli sportelli si aprono, e lei, cazzo, lei non fa nemmeno in tempo ad urlare. La prendono di peso, la caricano e sgommano via.

Ora che ci penso, è tutto il giorno che non viene nessuno a controllare come sto. Queste corde mi fanno male, sopratutto quelle ai piedi. Il medico che mi ha visitato si è laureato a Padova, parla bene italiano. Mi ha assicurato di aver avvisato l’ambasciata. Loro avranno certo chiamato mia moglie. Ho chiesto che mi liberasse, non avrei tentato di fuggire. Non mi ha ascoltato.

Quando l’auto è partita ho iniziato a corrergli dietro, urlando. Per strada avranno pensato che ero matto, o forse no, a Kabul non è strano sentire urla di disperazione.

I bombardamenti sono sempre più frequenti. Hanno colpito un bersaglio qua vicino, ieri. Non oseranno colpire un ospedale. Ho voglia di pisciare. Devo pisciare. Sai cos’hanno fatto quegli animali degli infermieri? Un buco nel centro del materasso: caca e piscia qua, mi hanno detto.

Ho inseguito l’auto finché ho potuto ma, ovviamente, non è valso a niente. Mi sono dovuto fermare, anzi, sono incampato nei miei pantaloni enormi, sono caduto e mi sono fatto male. Ho sbattuto la testa. Penso. Ho perso coscienza per un po’, mi ha detto il giovane medico. I passanti pensavano fossi afgano e mi hanno portato qua. Non avevo documenti addosso, capisci?

So che mi capisci, tu che puoi muoverti, uscire ed entrare. Sono felice quando mi vieni a trovare.

Stamattina, si era stamattina, ne sono certo perché era subito dopo aver fatto i miei bisogni e la merda puzza ancora di fresco. Stamattina hanno bombardato l’ospedale. Ma, non saranno mica rimasti solo gli scarafaggi vero? Non saranno mica morti tutti. Qualcuno verrà a togliermi di qua, prima o poi.

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2 thoughts on “Solo gli scarafaggi

  1. Un diario. Senza tempo, che mescola presente e passato, ma cancella il futuro.
    Un pensiero. Annebbiato, immerso nei brandelli di ricordi sommessi.
    Un’ossessione. Lancinante, come un incubo senza speranza.
    Una confessione. Sincera, come il pianto di un bambino.
    Un dialogo con il nulla. Crudele come la solitudine.
    Un ospedale. Disgustoso, come la visita muta di uno scarafaggio.

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