La tana

di Eile Livori

Paolo, appena rientrava a casa, si dirigeva subito in quella stanza e la prima cosa che faceva era quella di accendere il giradischi. Poi, con movimenti lenti e attenti, prendeva l’LP in vinile dei Queen e posizionava il braccio del giradischi nel punto preciso in cui cominciava “Bohemien Rhapsody”.
La musica cominciava a risuonare nella stanza.
Il volume al massimo.
Le note uscivano dalle casse bilanciate in modo armonico.
Ecco, così era perfetto.
Desiderava che tutto ciò che lo circondava in quel luogo si impregnasse di quella musica come se fosse stata un profumo.
Adorava i Queen e quella canzone in particolare.
A volte trovava sciocco quel suo modo di comportarsi. Rientrare a casa senza salutare nessuno, chiudere frettolosamente quella porta per ascoltare una canzone.
Lui solo sapeva il perché.
Paolo aspettava sempre con frenesia il momento in cui nel brano le voci si intersecavano tra loro e perfettamente in armonia con la musica; allora poteva finalmente inserirsi in quel crescendo, e la sua voce diveniva sempre più acuta fino a trasformarsi in un urlo: un urlo d’angoscia, di paura, di sgomento.
Quell’urlo lo faceva stare meglio e quando ne aveva bisogno usava quella canzone come una terapia.

Quella stanza era diventata la sua tana. Paolo a volte decideva che era giunto il momento di spalancare la finestra e rimettere un po’ d’ordine. La scrivania era ricoperta di appunti, pagine di quaderno sparse dappertutto, lapis, penne, pezzi di carta, vecchie foto e altre cianfrusaglie, mentre il suo vecchio divano avrebbe avuto bisogno di una rinfrescata ai cuscini, erano diventati sottili, ultimamente accoglievano Paolo nei suoi momenti bui, di giorno e di notte.
Aveva proibito a sua moglie di toccare una qualsiasi cosa, e lei aveva accettato di non entrare in quella stanza perché sapeva che solo lì Paolo ritrovava quel poco di se stesso che ancora ricordava di avere.

Paolo era stanco, stanco del lavoro, di sua moglie dei suoi figli, della vita stessa. Ma doveva resistere, resistere ancora.

Chiuso nella sua tana, sdraiato su quel vecchio divano, ascoltando i Queen, Paolo ripensava ai bei tempi passati a Londra, dove suo padre lo aveva “spedito”, per imparare l’inglese e là, oltre la lingua, aveva imparato a vivere.
Si era lasciato trascinare da quel ritmo di vita solo all’apparenza lento e ordinato: aveva conosciuto un numero indefinito di persone con le quali aveva condiviso tutto: studio e lavoro di giorno e happening che nascevano dal nulla, di notte, dove potevi trovare ragazze disponibili e tutte le droghe che desideravi, se le desideravi.
Esperienze incredibili per un ragazzo proveniente da una piccola città.

Ricordava ancora il giorno in cui entrò a Whembley per assistere al concerto dei Queen.
Non aveva mai visto niente di simile: una folla immensa multicolore, multietnica, unita dalla passione per la musica rock che ondeggiava come un mare variopinto, sapeva che tutto ciò che vedeva e sentiva gli sarebbe rimasto dentro per sempre, ma non avrebbe mai immaginato che, ad un certo punto della sua esistenza, era quel tornare indietro nel tempo, sul filo di quelle note, che lo faceva rimanere attaccato alla vita.

Paolo stava ancora cenando quando improvvisamente il telefono squillò.
“Pronto? Signor Gherardi? Sono la dottoressa Lucchesi del reparto nefrologia, mi hanno chiamato dall’Ospedale Careggi di Firenze: c’è un rene disponibile, venga subito in reparto a fare dialisi per due ore e si prepari a partire.”
“Dottoressa” rispose Paolo, “Io… ma… non so. Sia gentile, sono confuso, può richiamarmi tra dieci minuti?”.
“Certo. Capisco, lo sapeva che sarebbe accaduto tutto all’improvviso vero? Non pensi neanche per un attimo di rifiutare… si ricordi che sono cinque anni che aspetta questo momento.”

Paolo guardò sua moglie e le disse: “Elena… c’è un rene per me, dobbiamo partire per Firenze. Chiama i ragazzi… voglio che vengano con noi. Ho Paura. Avrei voglia di dire di no.”
“Ti prego Paolo, non dirlo neanche per scherzo, qualcuno ti dà la possibilità di tornare a vivere una vita normale, non rifiutare questo atto di generosità solo per paura.”
Quei dieci minuti, furono per Paolo i più lunghi della sua vita.
Erano cinque anni che faceva dialisi, aveva fatto una miriade di analisi, avevano scandagliato il suo corpo
come un fondale marino. Aveva avuto un infarto, gli avevano messo due stent alle coronarie e due alle gambe, un’operazione alla carotide e gli avevano tolto tutti e quattro i denti del giudizio anche se erano sani eppure… si sentiva bene.
Aveva modellato la sua vita sui ritmi che gli avevano imposto gli orari e i giorni della dialisi: dalle diciannove alle ventitré il lunedì, mercoledì e venerdì.
Il mattino dopo si sentiva forte come un toro ed affrontava la vita come se la sera prima niente fosse accaduto.

Questa notizia lo destabilizzava, sconvolgeva i ritmi e l’impostazione che aveva dato alla sua vita.
Colazione del mattino con la trasgressione del “cappuccino e pezzo” proibito, un salto in ufficio per curare i suoi affari ed incontrare i suoi collaboratori, pranzo a casa veloce, qualche chiacchiera con la moglie e i figli e il pomeriggio libero fino all’ora di cena se non faceva dialisi, altrimenti con “pane e prosciutto” come cena, alle diciannove si presentava in ospedale.
Dopo pochi minuti veniva attaccato a quella macchina che gli avrebbe purificato il sangue e da quel momento, per quattro ore, la sua vita dipendeva da “lei”.
Sdraiato su quel letto che lui descriveva come degno della NASA, indossava la cuffia per ascoltare la televisione posta ai piedi del letto.
Paolo teneva d’occhio quell’aggeggio infernale, pieno di tasti, rotelle, orologi e tubi, un infinito numero di tubi dove vedeva scorrere il suo sangue in un andirivieni velocissimo dal suo braccio alla macchina e viceversa. Era come vedere il traffico di una grande città dall’alto.
L’orologio che indicava la fine e l’inizio della dialisi era l’unico che Paolo guardava più spesso degli altri tasti.
Ormai sapeva che quando avrebbe segnato le ventitré emettendo un bip-bip continuo sarebbe stato libero.
Era cosciente che era una libertà fittizia, alternata, ma che gli concedeva un giorno di respiro, un giorno in cui si sentiva uguale agli altri.
Non poteva più permettersi di organizzare un viaggio, una vacanza da quattro anni e negli ultimi due aveva abbandonato anche i week-end veloci, quelli fatti per uscire dalla realtà: ora, a fine settimana, si sentiva troppo stanco e i suoi sabato e domenica li trascorreva nella sua “tana” sul divano a guardare la televisione
senza più accorgersi delle esigenze dei figli, ormai grandi, ma soprattutto di quelle di sua moglie.
Lei esisteva solo per assisterlo.
Negli ultimi tempi era diventato più nervoso, fumava anche se non gli era permesso, non aveva più fame né di cibo né di vita e scaricava il suo nervosismo su Elena. Non gli andava più bene niente di quello che lei faceva e diceva, la rimproverava sempre ed in qualsiasi posto fossero.
Elena non ce la faceva più, quante volte nel suo intimo aveva desiderato semplicemente di andarsene. Sì, voleva andare via ma non per sfuggire ai suoi doveri e responsabilità, ma per rimanere sola.
Il suo senso del dovere la faceva stare vicina a Paolo. Già, senso del dovere, era triste ammetterlo, ma era così, ormai tra loro non esisteva più niente: non si trovavano più, o meglio, non si cercavano.
Forse un giorno si sarebbero incontrati di nuovo. Ora le loro vite ed i sentimenti erano stati stravolti da un mare in tempesta che travolge e spazza via tutto. Così fa una malattia quando entra a far parte del tuo quotidiano.
Elena sapeva che Paolo non era cattivo, era solo spaventato, ed era per questo che aveva deciso di rimanergli accanto: aveva bisogno di lei.
Sarebbe rimasta fino al giorno in cui tutto si fosse risolto, forse allora avrebbe preso una decisione, in fondo al suo cuore sentiva che poteva rinascere quell’amore momentaneamente perduto.

Ricordava ancora quando Paolo quella sera, improvvisamente, le disse: “ Mi hanno convocato per l’idoneità al trapianto a Firenze.”
Fecero questo viaggio come se fosse un vacanza, partirono la mattina in treno, una volta arrivati andarono in albergo in centro e lasciati i bagagli andarono per negozi a fare shopping, infine mangiarono in una caratteristica trattoria e girarono per la città.
Il mattino seguente, quella spensieratezza goduta il giorno, prima fu sostituita da un’impalpabile ma fottuta paura: la paura che gli dicessero che non era idoneo al trapianto.
Fu un sì.
Paolo vomitò nel giardino dell’ospedale.
“Tensione nervosa, non ti preoccupare” disse Elena.
“Ma che cosa stai dicendo, come al solito non capisci niente, è stata la cena di ieri sera.”
“Non cambierà mai” pensò sconfortata Elena.

Presero al volo il treno che li avrebbe riportati a casa, Paolo, con la testa appoggiata allo schienale del sedile, pensava a quello che lo avrebbe aspettato nel prossimo futuro: un’attesa carica di speranze e di paura, ma in fondo al suo cuore si stava aprendo uno spiraglio di felicità.
Prima di assopirsi, dondolato dal movimento ritmico del treno, pensò… “Quando ascolterò, nella mia tana, la mia musica preferita, che cosa proverò ora che ho una speranza?”. La sua mano stringeva quella di Elena come una muta richiesta di aiuto.

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9 thoughts on “La tana

  1. Brava Eile! il tuo racconto mette in luce, come il caldo chiarore di una candela, la sensibilità di quelle donne che sommessamente riescono ad essere vitali per coloro che amano trasformandone le debolezze in punti di forza. L’amore può molto più di una canzone! Patrizia Rossi

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  2. Una storia di disordine vista con gli occhi dell’ordinario e raccontata con la profonda consapevolezza che nello scompiglio che la vita a volte ci scaraventa addosso dovremmo prima di tutto cercare la mano di chi ci sta accanto. La solitudine è spesso il male peggiore, che ci fa perdere di vista la speranza.

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    1. Il messaggio, che condivido, arriva chiaro dal racconto: nessuno si salva da solo.
      Nessuna tana seppur costruita a misura (così ben descritta nella prima parte) può salvarci dalla paura.
      L’autrice allora ci accompagna fuori, in mezzo alla realtà dei sentimenti, dove diventa possibile affrontare le inquietudini e le paure più profonde anche solo tenendoci per mano.

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    2. Ti ringrazio egulliver per le tue parole. E’ storia vissuta. La speranza è difficile da trasmettere a chi vive un’esperienza di malattia perché erige davanti a se, nei primi momenti, un muro che l’unica arma con cui puoi abbatterlo è la pazienza e la comprensione. Sembra facile ma non lo è affatto.

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  3. Il messaggio, che condivido, arriva chiaro dal racconto: nessuno si salva da solo.
    Nessuna tana, seppur costruita a misura, (così ben descritta nella prima parte) può salvarci dalla paura.
    L’autrice allora ci accompagna fuori, in mezzo alla realtà dei sentimenti, dove è possibile affrontare le inquietudini e le paure più profonde anche solo tenendoci per mano.

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  4. sinceramente mi risulta difficile dare un giudizio sul racconto in se stesso, in quanto traspaiono forti le esperienze personali. Non riesco a capire quanto sia fantasia e quanto vita vissuta: penso molto (io non ci sarei mai riuscito ad “aprirmi” cosi’ su certi argomenti in un racconto letto da molti). Sugli aspetti piu’ stilistici ed estetici: beh… niente da obiettare, ben fatto!!

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