Levante

Ancora un raccontino dei colleghi del corso di scrittura creativa di Barbara Idda.
Questo è di Simone Giovannetti

Lo notai subito, Bo era sul ponte della nave appoggiato alla balaustra di ferro che si godeva il viaggio.
Mi colpi’ per quello… gli altri erano quasi tutti sottocoperta, chi a divertirsi ballando, chi mangiando, chi facendo l’amore, oppure semplicemente a dormire.
Vi eran poi pochissimi che stavan anche loro sul ponte. Pur essendo una bella notte stellata, il vento tagliente non invitava molto a star lì fuori. Ma quei pochi erano là giusto per rubare qualche minuto ad un viaggio che li annoiava mortalmente, oppure, non abituati ai flutti del mare, giravano come fantasmi cinerei perché eran ormai ore, giorni, che combattevano, perdendole, lotte interiori con i propri stomaci.
Stava, vento in faccia, a fumarsi un sigaro che inebriava l’aria del suo odore, rilassatissimo come se quel lungo viaggio, che tanto terrorizzava molti, fosse per lui la cosa più normale del mondo.
Mi feci avanti, incuriosito da questa persona che percepivo diversa dalle altre. Mi presentai, gli chiesi il nome e, rispondendomi “Levante Pomponi”, mi offri’ subito uno dei sigari toscani che stava fumando ed aggiunse: “Mangiaci anche questo”, dandomi un piccolo pezzo di cioccolata fondente.
“Sono fra i pochi vizi che ho”, mi disse. Il binomio era effettivamente sorprendente!
“Che nome strano… Levante” notai e lui mi rispose “E’ una lunga storia…“
“Abbiamo degli ottimi sigari, e cioccolata e…. tutto l’Oceano di tempo… se ti va di raccontarla…“
Suo padre, Goffredo, carrarino, di umili origini, poco più che adolescente aveva frequentato ambienti anarchici dove era conosciuto come “Burrasca” per il suo temperamento. Aveva, in tali ambienti, avuto la possibilità di farsi una sua piccola cultura sui testi politici di fine secolo. Fu proprio durante una di queste riunioni semiclandestine che una sera incontro’ Gale. Questo era il nome fittizio con cui si camuffava un “compagno” giunto dall’Inghilterra per fare proseliti. Si instauro’ subito un’amicizia particolare e dalle discussioni prettamente politiche si passo’ presto ad un rapporto più intimo e fraterno.
Goffredo e Gale, uno figlio di un lizzatore di Carrara, l’altro di un minatore della Cornovaglia, conoscevano entrambi la durezza di una vita sempre in pericolo, letteralmente in lotta contro la dura pietra, cosi’ come contro una miseria strisciante. Li accomunava al contempo la bellezza, ma anche l’asprezza dei territori in cui vivevano. Territori in cui il mare si mischia alla pietra, entrambi affacciati sul mare, ma con scogliere o montagne che vi si tuffano a picco. Terre di una bellezza indiscussa, difficili da domare, non facili da vivere, ma da cui un animo romantico, semplicemente ammirandole, poteva trarre spunto almeno per un ristoro dell’anima o per viaggi ed avventure immaginarie.
L’amicizia si protrasse epistolarmente negli anni e spesso, una volta affrontate le questioni politiche, le tribolazioni ed i piccoli piaceri personali e familiari, si dilettavano a suggerirsi piccoli brani di romanzi o autori dei reciproci paesi.
Fu cosi’ che Goffredo si avvicino’ anche alla letteratura crepuscolare che andava in voga in quegli anni oltremanica.
Goffredo poi, incontrata Ada, per amore, aveva deciso di trasferirsi lassù, nella Garfagnana più profonda, sulle alture che sembrano stare in equilibrio tra Emilia e Toscana. Campaiana era una frazioncina di Corfino al di la’ della Pania, poche misere case, ai margini di una stupenda faggeta che in autunno sembra prendere fuoco con tutto quel rosso ed arancione. Lassù la vita scorreva tranquilla, scandita dai tempi delle stagioni e della natura: la semina, il duro lavoro dei campi, la raccolta delle castagne, la raccolta dei funghi e poi il lungo, duro inverno. Certamente non una vita avventurosa, come spesso aveva sognato. Ma gli bastava quello che aveva e si sentiva già molto più fortunato di tanti altrI, anche soltanto per avere vicino la donna che amava.
Ma quello spirito da cui derivava il soprannome con cui tutti lo chiamavano anche lassù fremeva dentro lui. E la voglia di sapere, il potersi confrontare con qualcuno per parlare di cose che non fossero solo i lavori dei campi o la partita a briscola con gli amici intorno al tavolo della sua pur sempre amata osteria restavano sempre vivissimi.
Quelle lettere che arrivavano da cosi’ lontano, attese con impazienza, erano ogni volta come una folata d’aria fresca su una brace che covava sotto le ceneri e riattizzavano ogni volta il fuoco che aveva dentro. Con quelle nutriva la sua voglia di sapere, conosceva scrittori sconosciuti, viaggiava con la mente in posti lontani.
Sua moglie vedeva tutto questo e lo apprezzava, in fondo gli era piaciuto da subito questo miscuglio tipico della gente di quella zona da cui proveniva il marito, gente che non e’ ne’ “mare” ne’ “terra”, uomini rudi ed al tempo stesso sognatori e capiva come suo marito potesse amare quello che aveva pur sentendo la necessita’ di evaderne.
Così non si stupì più di tanto quando gli disse che la avrebbe portata in vacanza: una cosa per quei tempi e quei ceti impensabile. Non si stupi’ più di tanto del fatto che per anni si fosse sacrificato per mettere da parte quei pochi risparmi che potessero permettergli quel sogno di sempre.
Un viaggio che non si era potuto permettere neanche per le nozze e che voleva regalare ad Ada e a se stesso quasi per colmare certe sue necessita’, una sorta di suo bisogno fisico.
Non aveva grosse velleità, pochi giorni, non doveva andare lontano, pero’ doveva vedere dei posti, dare un volto a dei nomi o dei luoghi che aveva sempre sentito nominare e lo incuriosivano, ma non aveva mai visto.
Aveva una lista mentale: voleva vedere l’Orrido di Botri e l’Antro del Corchia, eran posti in fondo vicini a dove abitava, che a lui, nel tempo diventato appassionato di romanzi neri inglesi, ispiravano curiosità e timore a causa dei nomi. Poi voleva regalare alla moglie una parentesi romantica portandola al Golfo dei Poeti, dove alcuni degli autori Inglesi più in voga avevano soggiornato. Infine, sulla via di ritorno, si sarebbero fermati per una passeggiata sulla Pania, della Croce, la sorella maggiore della Pania di Corfino su cui vivevano, che ad entrambi e a tutti gli amici del paese aveva sempre ispirato un certo senso reverenziale.
Visitate la splendida gola di Botri, dove scorre un fiume turbolento, e la maestosa grotta del Corchia, si eran diretti verso il mare.
Durante il soggiorno in Riviera avevano avuto anche modo di fare una gita in barca e visitare Lerici, dove sapeva avevano soggiornato Byron e, perso la vita annegando, Shelley.
Rientrando a terra, furono sorpresi da un improvviso peggiorarsi del tempo che si era in particolar modo manifestato con forti raffiche di vento provenienti dall’entroterra, che increspavano il mare in “senso contrario”, come disse lui, con onde che andavano da terra verso mare, e che li avrebbe sospinti al largo se non fosse stato per la capacita’ del barcaiolo. A lui, che distingueva i venti in due categorie “di terra” e “di mare”, il barcaiolo spiego’ che quel vento si chiamava Levante, cosi’ come d’altronde la Riviera su cui stavano villeggiando.
Quel breve viaggio terminò con la prevista gita fin sopra la cima della Pania, che gli dette quella sensazione di poter esser, anche se per poco, alto quanto quella montagna da sempre più alta della sua Pania e del suo intero paese, che riusci’ a intravedere da lontano.
Nei primi giorni e mesi successivi, molte delle serate passate con gli amici erano all’insegna dei racconti di quello che ai loro occhi poteva apparire come una grossa avventura. Lui e Ada raccontavano le tante cose che avevan visto, le sensazioni che avevan avuto, e a Goffredo brillavano ogni volta gli occhi nel ripetere cosa aveva vissuto, lodandosi un po’ di aver visto i luoghi dei “suoi” poeti e sorvolando innocentemente sul fatto che quel Shelley di cui aveva visto la lapide in realtà non era l’autore, ma il marito dell’autrice di quel “Frankenstein” letto anni prima che tanto lo aveva colpito e di cui spesso parlava per terrorizzare gli amici.
In una di queste occasioni ordinarono all’oste una bottiglia del rosso più buono e poi sbotto’ solennemente: “Stasera niente racconti del viaggio, o meglio, forse si… stasera si brinda!! La Ada e’ incinta!! E mi sa che quel viaggio…”
Decisero anche li su due piedi il nome di suo figlio, perchè sapeva, se lo sentiva, che sarebbe stato un maschio…
Vabbe’, se era una femmina si sarebbe forse optato per Pania, sua moglie aveva anche ipotizzato quello, ma non si era posto molto il problema, sicuro come era.
Dovendo invece decidere per il figlio… beh… scartato da subito, e per ovvi motivi, Orrido, potevan aver pensato addirittura un minimo ad Antro (nomi strani ce ne son da quelle parti…), ma vuoi mettere Levante??
E per lui, che tutti chiamavan “Burrasca”, avere un figlio col nome di un vento era tutto un programma. Poi quel nome rispecchiava il suo temperamento: il nome di un vento, che nei periodi di “buona” e’ quasi una brezza, frizzante, piacevole… ma quando “buona” non e,’ può diventare gelido.
Ma si… era anche il vento che vien da Est… proprio da laggiù, da dove arrivavano in quegli anni nuove idee che lo infervoravano con rinnovata speranza di libertà e uguaglianza!
Ma sopratutto… era il vento che viene da laggiù, da dove, ogni giorno, nasce quel sole che ci scalda e ci dà la vita!
Si, certo! Sarebbe stato Levante!
Levante Pomponi!!

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2 thoughts on “Levante

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