Katòs

di Carola Benedetto

Michele mangia carrube e guarda il mare. In paese sono arrivate le voci di chi ha fatto la fortuna ma lui ha Elena che di partire non ne vuole sapere.
“Dentro porto una creatura, quale altra fortuna vuoi cercare?”
Michele non si dà pace.
“Una squadra di muratori per New York”.
“Dieci contadini per la California, meglio se capaci di fare il vino”.
E un giorno lui parte, mentre Elena resta al mare. Senza uomo e senza terra ma con Caterina.

Le stagioni passano lente, tutte uguali e tutte senza Michele.
“ Caterina si è fatta grande e sta già in piedi – dice un giorno don Pepè, il fratello di Michele – andate a lavorare dai ricchi. Voi e la creatura”.
I signori che abitano nella spianata degli ulivi, in una casa che ha perfino la chiesa dove il parroco viene apposta per dirci la messa, ricchi lo sono, generosi per niente. Pagano soltanto i cesti interi e quelli a metà non valgono. Ma intanto se li tengono.
La piccola aiuta come può. Anche lei nei campi, anche lei china con le gambe dritte e con una cesta così grande che se non sta attenta ci può cadere dentro. “Un pozzo che non si riempie, ecco cos’è!” borbotta fra i denti Elena, guardando il canestro di quella meschina che si affanna a correre avanti e indietro per raccogliere quante più olive riesce, con le sue manine graffiate.
“Tieni, prendi queste che mi crescono”.
“Anche le mie, io ne ho già abbastanza”.
E a sera, anche il canestro di Caterina si colma.

Sono passati nove anni quando finalmente la lettera arriva.
“Ritorno” scrive appena Michele, che di scrivere non è mai stato capace e si deve essere fatto aiutare per certo.
Elena non dice niente. Aspetta. Aspetta che torni il suo sposo e sgrana i piselli sulle scale. Fa il pane, secca i pomodori. Separa i fichi dalle spine.
“Non posso – dice Caterina a chi la chiama – devo prepararmi per l’arrivo di mio padre. Nemmeno l’ho visto, nemmeno so la faccia ”.
Intanto Michele è sulla nave. Quaranta giorni di mare, forse cinquanta. E poi ancora il treno e anche l’asino. L’ultimo viaggio a piedi, fra i fichi d’India e la polvere.
“Urrabonu ! Questo sarebbe il padre mio? ” grida Caterina, vedendolo alla porta.
Michele è sudato, sporco e con una lunga barba nera, ma è tornato.
Elena smette di pestare la farina e gli porta una tela pulita, con una brocca d’acqua per lavarsi. Poi torna in cucina. Non dice niente, nemmeno un sorriso gli fa. Zitta era e zitta è rimasta.

Con un uomo in casa la vita torna un po’ meno dura, almeno non si deve sempre chiedere cosa fare allo zio Pepè. Ma basta guardarlo Michele, per capire. Ma capire cosa poi?
Che lui qui si sente in gabbia anche quando è domenica e si può fare un po’ di festa.
Senza esagerare, che più del necessario non ce n’è comunque mai.
“ Tutta l’ho girata la California… paese per paese. Bella la campagna e bella pure la terra. La verdura ci cresce tanto che poi dal peso si rovescia. Perfino nell’albergo di un tirolese sono stato. Quindici giorni a vivere nel lusso, come il commendator Procopio. Ma io scavavo canali…”.
“E le femmine, Michè?”
“Ma che femmine! Le nostre sono femmine, forti come l’ulivo sono. Tengono gambe che ti stringono come nodi e non ti lasciano più partire”.

Michele invece è ripartito. Ha aspettato due anni e poi non ce l’ha fatta più. Ha ripreso il ciuccio, poi il treno e infine il piroscafo. Ed Elena è restata di nuovo sola. Senza marito, ma con altre due figlie, da aggiungere alla prima. Quattro donne e don Pepé.
“Non ti preoccupare mamma, ci sono io” dice Caterina, senza mai lamentarsi. Di andare a raccogliere le olive fino a spaccarsi le reni, di mangiare le fave ancora verdi, di staccare i capperi dai muri fino a lasciarci le unghie, di non avere le scarpe, di avere solo una camicina con i fiori che erano stati celesti e ora non erano più niente.
Cresceva, raccoglieva l’acqua al pozzo, e restava a casa con sua madre, che metteva via le legna e tra sé malediva l’America, e quel suo marito che mangiava carrube davanti al mare.
“Tornerà di nuovo”.
“Tzh” rispondeva Elena, senza neanche separare le labbra.
“Tornerà ricco, madre mia. Avrà le scarpe e magari anche una macchina, che lui le ha viste andare le macchine!”.

L’attesa aiuta a far passare il tempo e ormai Caterina è una donna e come una donna si innamora. Di Carmelo che, in silenzio ma da anni, la ama con pazienza. Sono sorrisi, sono parolette, sono dita che si trovano nel buio della festa della Madonna.
“Bisogna avere il consenso, Carmelo. Il consenso di mio padre”.
“Non ci viene più da voi, capitelo!”
“Ci scriverà, lo manderà per lettera. Non ci si sposa senza la grazia di Dio e non ci sposa senza la grazie del padre”
“Scappiamo Caterina e non ci trova più nessuno”.
“La giustizia trova sempre”.
Ed è rimasta ad aspettare. Che don Pepé dicesse “sì”, che l’America lo rispedisse indietro, per sbaglio se non per voglia, quel suo padre senza casa. Ma don Pepé non ha detto niente, come niente ha detto sua madre, che da anni non ha parlato più, tanto che fra le labbra le si è fatta una grinza, come una cucitura.
Ad aspettare, ferma e immobile come uno scoglio, Caterina è rimasta anche quando Carmelo se n’è andato. Portato via anche lui dalla sirena della verdura che piegava le piante da quanto erano grosse, o portato via dal dolore di non poterla avere, mai.
Pregava Caterina, e riempiva le giare con l’acqua dolce.
Katòs, la pura. Ma anche la tenace e poi Caterina la martire, per l’Oriente e l’Occidente.
Di sera cuciva il corredo per le sorelle, che si maritassero almeno loro. E di giorno spaccava la legna, come aveva fatto suo madre. Come non aveva fatto suo padre.
“Lo vedi quello là? È quello che sarà il marito tuo” disse però un giorno zia Lisa, indicandole un ragazzo biondo, con gli occhi grigi come la lamiera.
Alla fine, infatti, don Pepè aveva parlato: “Questa ci resta zitella” aveva detto secco, e subito sua moglie aveva chiamato la vicina, che aveva chiamato la cummare, che aveva parlato con il marito, che conosceva questo Francesco. Un pezzo di pane ma con i nervi che fanno la capriola se gli si dice di no. Che però ha quattro capre e una striscia di terra, lontano dal mare. Che è meglio.

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4 thoughts on “Katòs

  1. Profumo di zagare, fichi d’india, olive da raccogliere, legna da spaccare, acqua da raccogliere…mi sembra, leggendo di sentire le cicale cantare al caldo del sole. L’uomo che comanda, sempre, l’uomo che se ne va e abbandona. Donne sempre le donne che portano avanti il mondo. Sembra la sceneggiatura di un film di Salvatores o una pagina del Gattopardo. Bravissima.

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  2. Un racconto come questo si scrive solo se conosci la Sicilia non come turista ma perché hai respirato le sue atmosfere, i suoi profumi, hai vissuto la sua lingua. Caterina e sua madre sono personaggi di spessore che incarnano la sofferenza, la sottomissione culturale e antropologica di tutte le donne del sud e non solo. Avrei preferito un finale diverso che avesse mostrato quel barlume che io credo esista in ogni donna di ieri e di oggi, la ricerca della propria dignità. Ma sarebbe stata una favola e Carola invece voleva darci un pugno nello stomaco. Ci è riuscita pienamente.

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