Adolescenti e politica un secolo fa

Eravamo ventisei, mi pare, maschi e femmine in numero equilibrato. Eravamo grandi, alcuni già diciottenni col privilegio di firmarsi da soli le giustificazioni, traguardo festeggiato di solito con almeno un giorno di “buco” a scuola per tornare il giorno dopo con la giustificazione firmata di proprio pugno e sancire definitivamente l’ ingresso nell’età adulta.
Erano mattine passate gomito a gomito, maglioni d’ inverno, jeans d’ estate, il caldo dai termosifoni alti, quelli di ghisa, perché la scuola era antica, con i soffitti altissimi e le finestre da collegio sulle alpi svizzere. A differenza delle altre scuole, al classico avevamo il privilegio di entrare in classe appena si arrivava, la mattina, senza dover aspettare fuori al freddo che il bidello aprisse il grosso portone alle otto in punto. Un gruppetto di noi arrivava un po’ prima e entrava subito in classe, il Preside si fidava, eravamo al classico, diamine: tutti bravi ragazzi. Tutti bravi ragazzi, certo, figli di famiglie borghesi, importanti, conservatrici o rivoluzionarie che fossero.

Ricordo la prima assemblea in quarta ginnasio.

Contenta: finalmente si partecipa; interessata: la mia famiglia operaia mi aveva bene addestrato, la politica era di casa, era pane quotidiano da noi. Non ricordo il tema, c’entravano gli operai però! Chi, meglio di me… Presi la parola. Una di quarta era un evento, di solito la legge non scritta affermava che intervenivano pubblicamente in assemblea quelli del liceo, se si faceva ancora il ginnasio si ascoltava in silenzio. Io, invece no, chiedo di parlare e racconto una cosa che mi aveva raccontato mio padre, che mi aveva colpito molto e cioè che nella sua fabbrica gli operai per andare in bagno avevano quindici minuti e non di più e un tizio che li cronometrava.
Si parlava di diritti degli operai, diamine, e a me sembrava che il diritto di stare in bagno quanto era necessario fosse il minimo. Silenzio nell’aula affollata di studenti. Io piccola, ancora più piccola. Nessuno commenta il mio intervento e si riprende da dove si era lasciato.
La sensazione di essere invisibile me la sono tenuta a lungo, la certezza di essere fuori posto, forse, per sempre.

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