11/09: alle origini

Ho saputo dell’11 solamente il 13 settembre, forse leggendo qualche locandina di giornale, esposta per strada.
Chiesi a Karla: – Hai sentito di questa cosa che sono crollate due torri a New York?
– Sì, ho letto -.
Karla è una giovane donna, con una bella faccia rotonda, capelli crespi e pelle ambrata. E’ la regista dell’unico gruppo di teatro che abbiamo qua, nella capitale.
– Mi sembra una cosa grossa – provai a commentare.

 

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Il volto

di Paola Macelloni

Una sera li sentii gridare, anzi era lui a farlo, di lei si sentiva soltanto un soffio di voce, poi dei colpi, gli strilli del bambino e il silenzio, un silenzio pesante come un macigno. Sapevo che Fosco aveva perso il lavoro, ne aveva avuto uno? Era Gianna a darsi da fare, qualche signora ogni tanto le dava i panni da lavare, qualche altra la chiamava per pulire per terra, allora Armandino rimaneva a giocare con la mia Palmira mentre io dipingevo. Quella sera però Fosco gridava più del solito, qualcosa nella sua voce mi dava i brividi. Poi scese il silenzio, un silenzio stagnante, e i brividi furono una cappa di gelo. Sarei voluta uscire, salire quel piano di scale che ci separava… che cosa avrei potuto fare? Il mattino dopo e i giorni a seguire, ogni volta che la incontravo, Gianna girava il capo, mi salutava a mezza voce e si allontanava in fretta, mi evitava? Fosco invece, non lo vidi per molto tempo, non fu una gran perdita; quando lo incrociavo era spesso ubriaco, e poi mi guardava in quel modo torvo, sapeva di me? La mia vita era cambiata da allora molti tiri di archibugio mi separavano da Roma, dalle mie adorate suorine e da mio padre che ancora stentavo a perdonare. Eppure era merito suo se adesso vivevo a Firenze ed ero l’unica donna ad essere ammessa all’Accademia. Lui mi ha insegnato l’arte del ritratto, ho respirato l’odore dei colori insieme a quello del latte, mi ha insegnato a guardare, io ho imparato a ritrarre le emozioni sui volti delle donne. Grazie a una sua al Buonarroti, ero riuscita ad avere udienza al cospetto del Granduca Cosimo De Medici, sarei entrata a Palazzo Pitti portandogli in dono un quadro. Pensavo di dipingere ancora Giuditta e Oloferne, cambiando alcuni particolari. Immaginavo di continuo l’espressione del volto dell’eroina, era diventata un’ossessione per me, volevo un volto nuovo, diverso da quello della modella utilizzata tante volte. Pensavo di continuo al quadro, vedevo la scena come se stesse accadendo sotto i miei occho. Giuditta con la spada appoggiata alla spalla, ancora sporca di sangue, il viso e il collo illuminati da una luce ambrata, secondo lo stile del maestro Caravaggio.

La fantesca in primo piano davanti a lei, ritratta di schiena e illuminata dalla stessa luce, il profilo del volto appena visibile, quasi immerso nel buio, entrambe guardano nella stessa direzione. Giuditta la trattiene con una mano sulla spalla, ascoltano qualcosa la nel buio. Abra tiene al fianco una cesta con la testa di Oloferne, in perfetta diagonale rispetto allo sguardo delle due donne. Sarebbe piaciuto questo quadro al Granduca? Lo avrebbe fatto appendere nella galleria del palazzo?

Un pomeriggio di pioggia andai a bussare alla porta della Gianna avevo bisogno che mi tenesse Palmira, all’Accademia dove dovevo recarmi non accettavano bambini. Bussai, fu lei ad aprirmi, nella stanza c’era poca luce, e lei aveva le maniche avvolte sui gomiti e un cencio avvolto intorno al capo come quando scendeva al fiume a lavare i panni. Indugiò un poco come se non volesse farmi entrare, ma scostandosi appena la luce di una candela le illuminò metà volto il resto rimase immerso nel buio. Rimasi folgorata, quella luce e quel volto che conoscevo così bene … era lei la mia fantesca. Dietro un buon compenso mi fece da modella, era paziente, rimaneva immobile a lungo rispettando le pose in silenzio, sembrava nata per quello. Rimaneva fino a che non udivamo i passi di Fosco, allora si riscuoteva e quasi scappava di sopra trascinando il bambino. Decisi che entrambe le donne avrebbero avuto il suo volto, avrei messo in ombra il volto della fantesca rendendolo irriconoscibile, e in piena luce soltanto quello di Giuditta, questo il nostro segreto, nessuno lo avrebbe mai saputo.

 

Avanti e indietro

di Gabriella Torretti

Avanti e indietro

Camminare, in fondo si tratta solo di camminare. Tu sei brava a camminare. Hai un ‘andatura armoniosa, i piedi si muovono con eleganza, le gambe sono scattanti, il busto eretto, le braccia con lieve dondolio, accompagnano il tuo modo di andare. È un piacere vederti camminare e tu cammini, avanti e indietro, allo scopo di piacere. Uno, due, tre… al quinto albero ti volti e torni indietro.
Peccato, potresti andare avanti per chilometri, forse non con questi tacchi così alti, non con questa gonna troppo stretta. Ma potresti. Sei abituata a camminare. Scalza, soprattutto, sul sentiero umido al mattino, infuocato al ritorno. La sorgente era lontana dal villaggio. Camminavi cantando per farti compagnia, un passo dietro l’altro con la brocca in equilibrio sulla testa, il lungo collo irrigidito, i fianchi ondeggianti. Ogni giorno nella luce abbagliante del sole, per quanti giorni?
Ora sei una creatura del buio. Avanti e indietro ogni notte alla luce incerta dei lampioni, per quante notti?
Gli spiriti delle tenebre non ti sono mai stati propizi.
Eppure tutto ebbe inizio una notte di febbraio, tre anni fa.
Uscisti di casa senza dire niente e senza un bagaglio; semplicemente ti incamminasti, insieme ad altri fantasmi, su sentieri di montagna, determinata a bruciare la frontiera, attraversare il deserto, raggiungere un approdo sul mare e da lì la libertà.
Camminasti come sapevi fare, per otto giorni mangiando biscotti secchi e bevendo le tue urine. Giorni angosciosi di sete e di fame, un passo dopo l’altro, sotto il sole impietoso. Sulla pista piccole composizioni di pietra, le tante sepolture dei viaggiatori periti in cammino. Non potevi fermarti. Anche ferma, se non bevi, un po’ muori: al corpo, agli occhi succedono cose strane. E allora cammini, sotto un cielo viola, tra incredibili dune dorate. Se scegli di andare sai di non tornare. Chi fugge può solo andare avanti, il ritorno è precluso.
Tornare. Adesso vorresti tornare.
Eppure avevi visto le foto sorridenti di chi era partito. Come erano cambiati! Parlavano di cibo, vestiti, giocattoli. Nessuno parlava di questo viale. Nessuno ti aveva detto che per te ci sarebbe stato solo questo camminare, avanti e indietro, prima di venderti anche l’anima.

La tana

di Eile Livori

Paolo, appena rientrava a casa, si dirigeva subito in quella stanza e la prima cosa che faceva era quella di accendere il giradischi. Poi, con movimenti lenti e attenti, prendeva l’LP in vinile dei Queen e posizionava il braccio del giradischi nel punto preciso in cui cominciava “Bohemien Rhapsody”.
La musica cominciava a risuonare nella stanza.
Il volume al massimo.
Le note uscivano dalle casse bilanciate in modo armonico.
Ecco, così era perfetto.
Desiderava che tutto ciò che lo circondava in quel luogo si impregnasse di quella musica come se fosse stata un profumo.
Adorava i Queen e quella canzone in particolare.
A volte trovava sciocco quel suo modo di comportarsi. Rientrare a casa senza salutare nessuno, chiudere frettolosamente quella porta per ascoltare una canzone.
Lui solo sapeva il perché.
Paolo aspettava sempre con frenesia il momento in cui nel brano le voci si intersecavano tra loro e perfettamente in armonia con la musica; allora poteva finalmente inserirsi in quel crescendo, e la sua voce diveniva sempre più acuta fino a trasformarsi in un urlo: un urlo d’angoscia, di paura, di sgomento.
Quell’urlo lo faceva stare meglio e quando ne aveva bisogno usava quella canzone come una terapia.

Quella stanza era diventata la sua tana. Paolo a volte decideva che era giunto il momento di spalancare la finestra e rimettere un po’ d’ordine. La scrivania era ricoperta di appunti, pagine di quaderno sparse dappertutto, lapis, penne, pezzi di carta, vecchie foto e altre cianfrusaglie, mentre il suo vecchio divano avrebbe avuto bisogno di una rinfrescata ai cuscini, erano diventati sottili, ultimamente accoglievano Paolo nei suoi momenti bui, di giorno e di notte.
Aveva proibito a sua moglie di toccare una qualsiasi cosa, e lei aveva accettato di non entrare in quella stanza perché sapeva che solo lì Paolo ritrovava quel poco di se stesso che ancora ricordava di avere.

Paolo era stanco, stanco del lavoro, di sua moglie dei suoi figli, della vita stessa. Ma doveva resistere, resistere ancora.

Chiuso nella sua tana, sdraiato su quel vecchio divano, ascoltando i Queen, Paolo ripensava ai bei tempi passati a Londra, dove suo padre lo aveva “spedito”, per imparare l’inglese e là, oltre la lingua, aveva imparato a vivere.
Si era lasciato trascinare da quel ritmo di vita solo all’apparenza lento e ordinato: aveva conosciuto un numero indefinito di persone con le quali aveva condiviso tutto: studio e lavoro di giorno e happening che nascevano dal nulla, di notte, dove potevi trovare ragazze disponibili e tutte le droghe che desideravi, se le desideravi.
Esperienze incredibili per un ragazzo proveniente da una piccola città.

Ricordava ancora il giorno in cui entrò a Whembley per assistere al concerto dei Queen.
Non aveva mai visto niente di simile: una folla immensa multicolore, multietnica, unita dalla passione per la musica rock che ondeggiava come un mare variopinto, sapeva che tutto ciò che vedeva e sentiva gli sarebbe rimasto dentro per sempre, ma non avrebbe mai immaginato che, ad un certo punto della sua esistenza, era quel tornare indietro nel tempo, sul filo di quelle note, che lo faceva rimanere attaccato alla vita.

Paolo stava ancora cenando quando improvvisamente il telefono squillò.
“Pronto? Signor Gherardi? Sono la dottoressa Lucchesi del reparto nefrologia, mi hanno chiamato dall’Ospedale Careggi di Firenze: c’è un rene disponibile, venga subito in reparto a fare dialisi per due ore e si prepari a partire.”
“Dottoressa” rispose Paolo, “Io… ma… non so. Sia gentile, sono confuso, può richiamarmi tra dieci minuti?”.
“Certo. Capisco, lo sapeva che sarebbe accaduto tutto all’improvviso vero? Non pensi neanche per un attimo di rifiutare… si ricordi che sono cinque anni che aspetta questo momento.”

Paolo guardò sua moglie e le disse: “Elena… c’è un rene per me, dobbiamo partire per Firenze. Chiama i ragazzi… voglio che vengano con noi. Ho Paura. Avrei voglia di dire di no.”
“Ti prego Paolo, non dirlo neanche per scherzo, qualcuno ti dà la possibilità di tornare a vivere una vita normale, non rifiutare questo atto di generosità solo per paura.”
Quei dieci minuti, furono per Paolo i più lunghi della sua vita.
Erano cinque anni che faceva dialisi, aveva fatto una miriade di analisi, avevano scandagliato il suo corpo
come un fondale marino. Aveva avuto un infarto, gli avevano messo due stent alle coronarie e due alle gambe, un’operazione alla carotide e gli avevano tolto tutti e quattro i denti del giudizio anche se erano sani eppure… si sentiva bene.
Aveva modellato la sua vita sui ritmi che gli avevano imposto gli orari e i giorni della dialisi: dalle diciannove alle ventitré il lunedì, mercoledì e venerdì.
Il mattino dopo si sentiva forte come un toro ed affrontava la vita come se la sera prima niente fosse accaduto.

Questa notizia lo destabilizzava, sconvolgeva i ritmi e l’impostazione che aveva dato alla sua vita.
Colazione del mattino con la trasgressione del “cappuccino e pezzo” proibito, un salto in ufficio per curare i suoi affari ed incontrare i suoi collaboratori, pranzo a casa veloce, qualche chiacchiera con la moglie e i figli e il pomeriggio libero fino all’ora di cena se non faceva dialisi, altrimenti con “pane e prosciutto” come cena, alle diciannove si presentava in ospedale.
Dopo pochi minuti veniva attaccato a quella macchina che gli avrebbe purificato il sangue e da quel momento, per quattro ore, la sua vita dipendeva da “lei”.
Sdraiato su quel letto che lui descriveva come degno della NASA, indossava la cuffia per ascoltare la televisione posta ai piedi del letto.
Paolo teneva d’occhio quell’aggeggio infernale, pieno di tasti, rotelle, orologi e tubi, un infinito numero di tubi dove vedeva scorrere il suo sangue in un andirivieni velocissimo dal suo braccio alla macchina e viceversa. Era come vedere il traffico di una grande città dall’alto.
L’orologio che indicava la fine e l’inizio della dialisi era l’unico che Paolo guardava più spesso degli altri tasti.
Ormai sapeva che quando avrebbe segnato le ventitré emettendo un bip-bip continuo sarebbe stato libero.
Era cosciente che era una libertà fittizia, alternata, ma che gli concedeva un giorno di respiro, un giorno in cui si sentiva uguale agli altri.
Non poteva più permettersi di organizzare un viaggio, una vacanza da quattro anni e negli ultimi due aveva abbandonato anche i week-end veloci, quelli fatti per uscire dalla realtà: ora, a fine settimana, si sentiva troppo stanco e i suoi sabato e domenica li trascorreva nella sua “tana” sul divano a guardare la televisione
senza più accorgersi delle esigenze dei figli, ormai grandi, ma soprattutto di quelle di sua moglie.
Lei esisteva solo per assisterlo.
Negli ultimi tempi era diventato più nervoso, fumava anche se non gli era permesso, non aveva più fame né di cibo né di vita e scaricava il suo nervosismo su Elena. Non gli andava più bene niente di quello che lei faceva e diceva, la rimproverava sempre ed in qualsiasi posto fossero.
Elena non ce la faceva più, quante volte nel suo intimo aveva desiderato semplicemente di andarsene. Sì, voleva andare via ma non per sfuggire ai suoi doveri e responsabilità, ma per rimanere sola.
Il suo senso del dovere la faceva stare vicina a Paolo. Già, senso del dovere, era triste ammetterlo, ma era così, ormai tra loro non esisteva più niente: non si trovavano più, o meglio, non si cercavano.
Forse un giorno si sarebbero incontrati di nuovo. Ora le loro vite ed i sentimenti erano stati stravolti da un mare in tempesta che travolge e spazza via tutto. Così fa una malattia quando entra a far parte del tuo quotidiano.
Elena sapeva che Paolo non era cattivo, era solo spaventato, ed era per questo che aveva deciso di rimanergli accanto: aveva bisogno di lei.
Sarebbe rimasta fino al giorno in cui tutto si fosse risolto, forse allora avrebbe preso una decisione, in fondo al suo cuore sentiva che poteva rinascere quell’amore momentaneamente perduto.

Ricordava ancora quando Paolo quella sera, improvvisamente, le disse: “ Mi hanno convocato per l’idoneità al trapianto a Firenze.”
Fecero questo viaggio come se fosse un vacanza, partirono la mattina in treno, una volta arrivati andarono in albergo in centro e lasciati i bagagli andarono per negozi a fare shopping, infine mangiarono in una caratteristica trattoria e girarono per la città.
Il mattino seguente, quella spensieratezza goduta il giorno, prima fu sostituita da un’impalpabile ma fottuta paura: la paura che gli dicessero che non era idoneo al trapianto.
Fu un sì.
Paolo vomitò nel giardino dell’ospedale.
“Tensione nervosa, non ti preoccupare” disse Elena.
“Ma che cosa stai dicendo, come al solito non capisci niente, è stata la cena di ieri sera.”
“Non cambierà mai” pensò sconfortata Elena.

Presero al volo il treno che li avrebbe riportati a casa, Paolo, con la testa appoggiata allo schienale del sedile, pensava a quello che lo avrebbe aspettato nel prossimo futuro: un’attesa carica di speranze e di paura, ma in fondo al suo cuore si stava aprendo uno spiraglio di felicità.
Prima di assopirsi, dondolato dal movimento ritmico del treno, pensò… “Quando ascolterò, nella mia tana, la mia musica preferita, che cosa proverò ora che ho una speranza?”. La sua mano stringeva quella di Elena come una muta richiesta di aiuto.

Iniziamo a giocare

Oggi iniziamo a giocare! Saranno pubblicati i racconti arrivati dai miei compagni del corso di scrittura di Barbara Idda a Livorno.

E’ un gioco ma anche una specie di laboratorio di lettura e scrittura. Sono ben accetti, anzi, richiesti i commenti! Attenzione: sarebbe molto meglio non fare commenti monoparola ( bello! brutto!) ma sempre argomentati: bello perché…brutto perché…mi piace questo…non mi piace quell’altro…questo funziona…questo non funziona ecc…

 

Ringrazio molto gli autori dei raccontini, che sono ( in ordine di apparizione nella mia mail):

Eile Livori

Gabriella Torretti

Paolo Baroni

Paola Macelloni

Simone Giovannetti

Stefania D’Echabour

Carola Benedetto

Naturalmente c’è ancora tempo per inviare racconti, almeno fino alla pubblicazione dell’ultimo raccontino.

IMPORTANTE per gli autori e i commentatori: pubblicherò un racconto ogni lunedì. Starà in bella vista almeno fino al mercoledì, ma chi lo cercherà dopo mercoledì dovrà andare poco lontano, semplicemente scorrendo la pagina video. Ulteriore strumento di ricerca saranno le categorie e i tag: metterà sempre gioco e corso di scrittura come categoria e il nome dell’autore come tag. Tutto chiaro?