Il cesto dei panni sporchi

in un paese di montagna nel sud tre amici fanno il bagno nel fiume cercando di non essere scoperti ma alla fine vengono scoperti

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lavandaie

Tore, Francesco e Michele erano andati a nuotare al fiume anche se era novembre. In quella pozza che l’acqua formava scendendo dalla cima della loro montagna, ci nuotavano meglio che in una piscina, dove comunque non erano mai stati. In paese la prima piscina fu costruita negli anni ottanta, quando Tore era già all’ Università.
Il fiume era tutto quello che avevano e loro andavano a nuotare tutte le volte che potevano, d’estate con, d’ inverno senza, il permesso delle mamme.
Quel pomeriggio si erano dovuti nascondere in fretta, accucciandosi dietro i cespugli sulla riva, per non essere visti dalla mamma di Tore, che arrivava camminando lentamente sul sentiero con la cesta dei panni sporchi in testa.
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Adolescenti e politica un secolo fa

Eravamo ventisei, mi pare, maschi e femmine in numero equilibrato. Eravamo grandi, alcuni già diciottenni col privilegio di firmarsi da soli le giustificazioni, traguardo festeggiato di solito con almeno un giorno di “buco” a scuola per tornare il giorno dopo con la giustificazione firmata di proprio pugno e sancire definitivamente l’ ingresso nell’età adulta.
Erano mattine passate gomito a gomito, maglioni d’ inverno, jeans d’ estate, il caldo dai termosifoni alti, quelli di ghisa, perché la scuola era antica, con i soffitti altissimi e le finestre da collegio sulle alpi svizzere. A differenza delle altre scuole, al classico avevamo il privilegio di entrare in classe appena si arrivava, la mattina, senza dover aspettare fuori al freddo che il bidello aprisse il grosso portone alle otto in punto. Un gruppetto di noi arrivava un po’ prima e entrava subito in classe, il Preside si fidava, eravamo al classico, diamine: tutti bravi ragazzi. Tutti bravi ragazzi, certo, figli di famiglie borghesi, importanti, conservatrici o rivoluzionarie che fossero.

Ricordo la prima assemblea in quarta ginnasio.

Contenta: finalmente si partecipa; interessata: la mia famiglia operaia mi aveva bene addestrato, la politica era di casa, era pane quotidiano da noi. Non ricordo il tema, c’entravano gli operai però! Chi, meglio di me… Presi la parola. Una di quarta era un evento, di solito la legge non scritta affermava che intervenivano pubblicamente in assemblea quelli del liceo, se si faceva ancora il ginnasio si ascoltava in silenzio. Io, invece no, chiedo di parlare e racconto una cosa che mi aveva raccontato mio padre, che mi aveva colpito molto e cioè che nella sua fabbrica gli operai per andare in bagno avevano quindici minuti e non di più e un tizio che li cronometrava.
Si parlava di diritti degli operai, diamine, e a me sembrava che il diritto di stare in bagno quanto era necessario fosse il minimo. Silenzio nell’aula affollata di studenti. Io piccola, ancora più piccola. Nessuno commenta il mio intervento e si riprende da dove si era lasciato.
La sensazione di essere invisibile me la sono tenuta a lungo, la certezza di essere fuori posto, forse, per sempre.

Fare figli per altri: solidarietà e sfruttamento.

Sull’argomento non ho niente di definitivo da dire. Se sia giusto che una donna faccia un figlio per darlo ad altri che non possono averne, non lo so. Non so neppure se io avrei potuto farlo, visto che non ho mai avuto figli, non so cosa significhi averne. Forse però, in questo caso, il non avere figli mi rende facile non essere influenzata dalla mia esperienza personale. Comunque, su temi di portata epocale generalmente ho più dubbi che certezze e finisco per incasinare la vita a chi vorrebbe risposte certe. Non ne troverete qua.
Rileggendo e ripensando nella nostra storia – millenaria – questa cosa che una donna fa un figlio per un’altra sterile è sempre esistita, sia che lo faccia di proposito, cioè per darlo all’altra oppure che lo faccia e poi, non potendo mantenerlo, ne trovi un’altra più abbiente a cui affidarlo. Ricordate La prima cosa bella di Virzì? La protagonista fa un figlio per la moglie dell’avvocato. Ricordate la schiava Agar che deve fare un figlio per Abramo perché Sara è vecchia e sterile? ( Così ho fatto due esempi che più distanti non si può). Ma gli esempi sono molti. Se riandate agli anni della guerra o del primo dopoguerra, ai racconti dei nonni. Una mia amica è stata cresciuta dalla zia perché la mamma era troppo giovane e doveva lavorare. Un altro a tre anni è stato mandato, dalla provincia di Arezzo, dai nonni in Sicilia perché il padre era rimasto paralizzato e la giovane madre non ce la faceva ad occuparsi dei figli, oltre che del marito. E perché accadeva? Per solidarietà e per bisogno. Prima della creazione del nostro sistema di welfare ( limitato, distribuito a macchia di leopardo sul territorio nazionale, che scricchiola e non si sa bene che fine farà ma fino ad ora fondamentale), di asili nido, pensioni di invalidità, scuole materne, congedi maternità, permessi di allattamento ecc…cioè prima che un intero sistema abbia messo in grado anche le donne povere di fare figli con una relativa tranquillità. Erano snaturate? Madri degeneri? Credo di no. Erano donne che dovevano fare una scelta per il bene del bambino.E, guardate, il bene del bambino è anche non avere una mamma fuori di testa per voler tenere insieme tutto.
Le donne africane che mettono i loro figli su un gommone sono snaturate? Ma per favore!
Quindi, provo a mettere un primo punto fermo: una donna può aver partorito un bambino e separarsene – con sofferenza – perché ritiene sia giusto fare così, per ragioni di povertà e di solidarietà, senza per questo essere ritenuta una madre degenere.
E chi lo adotta e lo cresce questo bambino che gli è stato dato? Negli esempi che ho fatto prima non esisteva biasimo per queste donne, uomini, famiglie. Anzi. Erano dei benefattori per molte e molti. Si facevano carico di una prole che non era loro, assumevano i doveri di padri e madri volontariamente, senza esserne obbligati.
Ma allora? Qual è lo scandalo?
Forse è scandaloso ( letteralmente turbamento della coscienza collettiva, reazione di riprovazione e sdegno) fare figli per venderli perché si è povere, come accade in certe zone dell’ India. Sono d’accordo. Questa cosa, così sistematizzata, ha alla base un triplice sfruttamento di genere, di classe e di paese. Si frutta una donna in quanto tale, una donna povera, che vive in una zona povera del mondo. E la mia indignazione – stratosferica – va a chi agisce questo triplice sfruttamento.
Cosa dicono di questo tema le femministe? Quelle dell’utero è mio? Se è mio per abortire sarà mio anche per far nascere. Se, come dice Michela Murgia, ( leggete l’articolo) la legge mi da la facoltà di abortire, anche per ragioni economiche ( e molte scelte sono fatte per questo motivo) perché non posso avere, per le stesse ragioni economiche, la possibilità di portarla a termine, una gravidanza?
Leggo cose terribili sul tema della gestazione per altri, in rete e sul giornale. Anche questo, come tutti i temi possibili, ma tuttitutti, sono usati come clave da dare in testa all’avversario. Una cosa che mi fa vomitare, non riesco a dirlo diversamente.
La condizione di una gestante che, per problemi di povertà decide di fare un bambino per altri, è il miglior emblema, la più mirabile sintesi delle relazioni di oppressione e sfruttamento globali. Uno sfruttamento triplice, come dicevo prima: a causa del sesso, del censo e della geografia.
La maggior parte delle persone pensa al bambino come un oggetto, non come a un soggetto. Credo sia questo che rende il tono di alcune discussioni assai becero: ma come? Siccome ( mettiamo) non hai un lavoro, allora campi facendo figli? La madre come una fabbrica che produce un oggetto bambino per qualcuno che può comprarlo. Molti non sanno pensare se non all’interno di un modello capitalista: domanda e offerta.
Ma un bambino non è un oggetto, è sempre e comunque un soggetto e non potrà mai sottostare alle leggi del mercato, come fosse una cosa. Un bambino, anche se generato su commissione, sarà sempre, alla fine, volontariamente donato dalla madre biologica, sarà, anche se per povertà, un atto di solidarietà umana che, come raramente accade, il povero fa a favore del ricco.

Del perché la mediazione familiare (quasi) non esiste

E’ un po’ come in quegli spettacoli teatrali off off: ci sono più attori in scena che spettatori in sala.

Provo a mettere un po’ di riflessioni in fila.

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affari e famiglia

degas, affari di famiglia

Il termine “matrimonio” deriva dalla parola latina “munus” cioè ricchezza, proprietà.

Matrimonio, quindi, ha indicato per secoli una unione a carattere essenzialmente negoziale e patrimoniale, realizzata tra due persone ma che andava ben al di là di loro. Era un fatto sociale, generava alleanze e, per questo, sviluppava solidarietà materiale e morale all’ interno di un gran numero di persone, la parentela allargata. L’amore, l’ intimità erano secondari rispetto ai duraturi effetti sociali del matrimonio.

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Mediazione: perchè sì

 

il-ritratto-dei-coniugi-arnolfini-di-jan-van-eyckI coniugi Arnolfini. Nessuno sa se avessero bisogno di un mediatore familiare

Perché è la possibilità di avere il tempo e un aiuto professionale per mollare emotivamente il coniuge senza fare troppo male a se stessi e ai propri figli. Per evitare di rompere piatti, sobbarcarsi o far sorgere sensi di colpa; per chiarire ai figli che quella è la fine del rapporto coniugale ma è l’inizio dell’ unione dei genitori.

Chi ha altre idee od esperienze le descriva nei commenti. Aspetto.