Ora viene il bello

Giurianadir

Sono passati tre mesi da quando ho iniziato a postare su questo blog i raccontini dei miei compagni del corso di lettura e scrittura di Barbara Idda. Siamo arrivati al momento clou: la votazione!

Intanto però devo fare due cose:

  1. ricapitolo i nomi dei partecipanti. Ed eccoli qua:

Eile Livori

Gabriella Torretti

Paolo Baroni

Paola Macelloni

Simone Giovannetti

Stefania D’Echabour

Carola Benedetto

Patrizia Nannetti ( ha pubblicato una poesia, perciò non mi sento di inserirla nella gara)

2. fino a qua mi sono imposta un riserbo assoluto nella mia qualità di anfitrione. Due cose ora, alla fine, le vorrei dire.

Grazie a tutti coloro che si sono messi in gioco. Non è cosa da poco, c’è chi è più abituato e chi meno, il pudore a volte è difficile da gestire; a volte, inoltre, le persone non stimano abbastanza il proprio lavoro, hanno difficoltà a fargli prendere aria, a tirarlo fuori da quel cassetto. Quindi grazie.

Il mio intento era quello di fare una specie di workshop virtuale tra pari. Ho chiesto infatti di commentare i racconti pubblicati non con una semplice parola ma articolando meriti e demeriti. Mi pare che questa cosa abbia funzionato poco poiché i commentatori hanno espresso sempre e solo giudizi positivi. E noo…non si fa così!! Non ci credo proprio che non c’era mai niente da rivedere, modificare, tagliare ecc…

Comunque, ora siamo alla fase finale: la votazione.  Come votare?

Ipotesi a) votano i soli autori. Un voto ciascuno, ovviamente non il proprio raccontino

Ipotesi b) votano tutti. A me questa piace perché mi piace sempre quando c’è un po’ di casino. Mi immagino l’autore che fa votare gli amici, le sorelle, i figli ecc…ma il problema è che alcuni autori sono molto presenti in rete ed altri meno. E quindi l’ ipotesi b) diventa sleale per coloro che non sono molto attivi online.

Ipotesi c) votano solo i non autori, cioè gli alunni della maestra Lucy che NON hanno mandato racconti.

Ipotesi d) La giuria di qualità. Facciamo scegliere alla maestra, alla nostra libraia e, magari, a un’altra persona.

Ipotesi e) Ipotesi a)+ Ipotesi d)

Che fare? ( si chiedeva Vladimir e mi chiedo anch’io)

 

 

 

 

 

Katòs

di Carola Benedetto

Michele mangia carrube e guarda il mare. In paese sono arrivate le voci di chi ha fatto la fortuna ma lui ha Elena che di partire non ne vuole sapere.
“Dentro porto una creatura, quale altra fortuna vuoi cercare?”
Michele non si dà pace.
“Una squadra di muratori per New York”.
“Dieci contadini per la California, meglio se capaci di fare il vino”.
E un giorno lui parte, mentre Elena resta al mare. Senza uomo e senza terra ma con Caterina.

Le stagioni passano lente, tutte uguali e tutte senza Michele.
“ Caterina si è fatta grande e sta già in piedi – dice un giorno don Pepè, il fratello di Michele – andate a lavorare dai ricchi. Voi e la creatura”.
I signori che abitano nella spianata degli ulivi, in una casa che ha perfino la chiesa dove il parroco viene apposta per dirci la messa, ricchi lo sono, generosi per niente. Pagano soltanto i cesti interi e quelli a metà non valgono. Ma intanto se li tengono.
La piccola aiuta come può. Anche lei nei campi, anche lei china con le gambe dritte e con una cesta così grande che se non sta attenta ci può cadere dentro. “Un pozzo che non si riempie, ecco cos’è!” borbotta fra i denti Elena, guardando il canestro di quella meschina che si affanna a correre avanti e indietro per raccogliere quante più olive riesce, con le sue manine graffiate.
“Tieni, prendi queste che mi crescono”.
“Anche le mie, io ne ho già abbastanza”.
E a sera, anche il canestro di Caterina si colma.

Sono passati nove anni quando finalmente la lettera arriva.
“Ritorno” scrive appena Michele, che di scrivere non è mai stato capace e si deve essere fatto aiutare per certo.
Elena non dice niente. Aspetta. Aspetta che torni il suo sposo e sgrana i piselli sulle scale. Fa il pane, secca i pomodori. Separa i fichi dalle spine.
“Non posso – dice Caterina a chi la chiama – devo prepararmi per l’arrivo di mio padre. Nemmeno l’ho visto, nemmeno so la faccia ”.
Intanto Michele è sulla nave. Quaranta giorni di mare, forse cinquanta. E poi ancora il treno e anche l’asino. L’ultimo viaggio a piedi, fra i fichi d’India e la polvere.
“Urrabonu ! Questo sarebbe il padre mio? ” grida Caterina, vedendolo alla porta.
Michele è sudato, sporco e con una lunga barba nera, ma è tornato.
Elena smette di pestare la farina e gli porta una tela pulita, con una brocca d’acqua per lavarsi. Poi torna in cucina. Non dice niente, nemmeno un sorriso gli fa. Zitta era e zitta è rimasta.

Con un uomo in casa la vita torna un po’ meno dura, almeno non si deve sempre chiedere cosa fare allo zio Pepè. Ma basta guardarlo Michele, per capire. Ma capire cosa poi?
Che lui qui si sente in gabbia anche quando è domenica e si può fare un po’ di festa.
Senza esagerare, che più del necessario non ce n’è comunque mai.
“ Tutta l’ho girata la California… paese per paese. Bella la campagna e bella pure la terra. La verdura ci cresce tanto che poi dal peso si rovescia. Perfino nell’albergo di un tirolese sono stato. Quindici giorni a vivere nel lusso, come il commendator Procopio. Ma io scavavo canali…”.
“E le femmine, Michè?”
“Ma che femmine! Le nostre sono femmine, forti come l’ulivo sono. Tengono gambe che ti stringono come nodi e non ti lasciano più partire”.

Michele invece è ripartito. Ha aspettato due anni e poi non ce l’ha fatta più. Ha ripreso il ciuccio, poi il treno e infine il piroscafo. Ed Elena è restata di nuovo sola. Senza marito, ma con altre due figlie, da aggiungere alla prima. Quattro donne e don Pepé.
“Non ti preoccupare mamma, ci sono io” dice Caterina, senza mai lamentarsi. Di andare a raccogliere le olive fino a spaccarsi le reni, di mangiare le fave ancora verdi, di staccare i capperi dai muri fino a lasciarci le unghie, di non avere le scarpe, di avere solo una camicina con i fiori che erano stati celesti e ora non erano più niente.
Cresceva, raccoglieva l’acqua al pozzo, e restava a casa con sua madre, che metteva via le legna e tra sé malediva l’America, e quel suo marito che mangiava carrube davanti al mare.
“Tornerà di nuovo”.
“Tzh” rispondeva Elena, senza neanche separare le labbra.
“Tornerà ricco, madre mia. Avrà le scarpe e magari anche una macchina, che lui le ha viste andare le macchine!”.

L’attesa aiuta a far passare il tempo e ormai Caterina è una donna e come una donna si innamora. Di Carmelo che, in silenzio ma da anni, la ama con pazienza. Sono sorrisi, sono parolette, sono dita che si trovano nel buio della festa della Madonna.
“Bisogna avere il consenso, Carmelo. Il consenso di mio padre”.
“Non ci viene più da voi, capitelo!”
“Ci scriverà, lo manderà per lettera. Non ci si sposa senza la grazia di Dio e non ci sposa senza la grazie del padre”
“Scappiamo Caterina e non ci trova più nessuno”.
“La giustizia trova sempre”.
Ed è rimasta ad aspettare. Che don Pepé dicesse “sì”, che l’America lo rispedisse indietro, per sbaglio se non per voglia, quel suo padre senza casa. Ma don Pepé non ha detto niente, come niente ha detto sua madre, che da anni non ha parlato più, tanto che fra le labbra le si è fatta una grinza, come una cucitura.
Ad aspettare, ferma e immobile come uno scoglio, Caterina è rimasta anche quando Carmelo se n’è andato. Portato via anche lui dalla sirena della verdura che piegava le piante da quanto erano grosse, o portato via dal dolore di non poterla avere, mai.
Pregava Caterina, e riempiva le giare con l’acqua dolce.
Katòs, la pura. Ma anche la tenace e poi Caterina la martire, per l’Oriente e l’Occidente.
Di sera cuciva il corredo per le sorelle, che si maritassero almeno loro. E di giorno spaccava la legna, come aveva fatto suo madre. Come non aveva fatto suo padre.
“Lo vedi quello là? È quello che sarà il marito tuo” disse però un giorno zia Lisa, indicandole un ragazzo biondo, con gli occhi grigi come la lamiera.
Alla fine, infatti, don Pepè aveva parlato: “Questa ci resta zitella” aveva detto secco, e subito sua moglie aveva chiamato la vicina, che aveva chiamato la cummare, che aveva parlato con il marito, che conosceva questo Francesco. Un pezzo di pane ma con i nervi che fanno la capriola se gli si dice di no. Che però ha quattro capre e una striscia di terra, lontano dal mare. Che è meglio.

Babbo dove sei ? Passato e presente

di Stefania D’Echabour

Possiedi poche foto della tua infanzia, il tempo e i fatti se le sono portate via.
Oggi è Santo Stefano, sei con le tue sorelle. Siete grandi, la maggiore ti fa una sorpresa: una fotografia in bianco e nero.
Ci sei tu con la testa piegata a destra, sorridi e sei contenta. I capelli sono corti, il vestito è di crespo di cotone, col colletto inamidato. Sulla spalla si vede il laccio di una piccola borsa.
La carnagione è scura, la sua.
Tuo padre è dietro di te, in bocca ha la sua inseparabile sigaretta.
Lo sguardo è serio, ma soddisfatto, il vestito elegante: giacca e cravatta, tanti capelli castani tenuti in ordine dalla brillantina Linetti. É bello.
Chiudi gli occhi ripensando a quel momento, il passato viene cancellato: senti il calore della tua piccola testa poggiata tre dita sotto la sua spalla.
Pensi che quella foto deve essere stata scattata una domenica.
Era un rito, ogni domenica a bordo della Citroen, tu e la tua famiglia andavate a pranzo fuori.
L’unico momento in cui avevi appetito, mangiavi per imitazione, ti piaceva pensare che stavi mangiando quello che mangiava lui.
Erano gli anni sessanta e il benessere non mancava a casa vostra: viaggi, casa in campagna, ogni settimana un vestito nuovo, a distanza di tanti anni ricordi ancora gli abiti e le stoffe di quei tempi.

«E poi un giorno uno tsunami si scagliò su di voi.»
«Sì, uno tsunami con il volto di un uomo.»

Ho capito che il mio babbo andava via vedendo degli scatoloni per terra pieni delle sue cose, e dopo qualche giorno, quando ho chiesto di lui, mia sorella mi ha preso per mano accompagnandomi dove si era sistemato. Sistemato per modo di dire, una squallida stanza ammobiliata, in una abitazione di una vecchia brutta come il peccato, o forse sembrava a me, per l’incubo che stavo vivendo.
Lì, mio padre mi fece una domanda, dopo avermi spiegato quello che stava accadendo tra lui e mia madre: “Con chi vuoi stare? Con me o con lei?” Alzai gli occhi che avevo tenuto bassi fino ad allora, e come una furia, in preda ai singhiozzi riuscii a urlare con tutto il fiato che avevo in gola: “Voglio stare con tutti e due!”
In fondo cosa è una separazione? Succede spesso. Provate un po’ a farmi vedere il film “Kramer contro Kramer”, mi serve un fazzoletto grande come un lenzuolo, e sento che il petto mi si spacca in due. Anche se sono passati tanti anni ritorno bambina.
Allora non era ancora di moda sfasciare la famiglia.
Parlare oggi di divorzio è banale, ma negli anni settanta le cose erano parecchio diverse, erano gli anni del referendum per il divorzio e la chiesa gridò allo scandalo.

Quel momento storico è passato sulla tua pelle. Eri in collegio, quando passò la legge le monache dettero la sveglia alle cinque per andare a pregare.
Tuo padre dopo la separazione sparì. In un primo momento lottò come un pazzo, quando seppe che tua madre aveva un amante fu molto violento: una notte forzò le finestre di casa, e, come un disperato minacciò di ucciderli entrambi. Aveva una pistola e tu nel sonno vedesti solo la sagoma di un uomo, ma ne rimanesti scossa. Servì uno psicologo per farti rimettere. Ti vergognavi ad uscire di casa, perché “gli adulti” facevano troppe domande. Il problema fu presto risolto: niente più mantenimento e per tredici anni tuo padre sparì; tu e la tua sorellina più piccola in collegio, la grande affidata alla nonna paterna.

Le angherie e le violenze sono state tante nel periodo dell’adolescenza, spesso di notte piangevo e lo chiamavo: “Babbo dove sei?”. Dopo la terza media, nonostante mi piacesse studiare, fui tolta da scuola e mandata a lavorare. Mi fu strappata la minigonna e non potevo uscire con le amiche. Il marito di mia madre decideva tutto, lei taceva.
Un paio di volte il mio babbo si fece vivo con una lettera, ma ero troppo arrabbiata e orgogliosa e rifiutai di vederlo, anche se in cuor mio speravo che insistesse.
Ci riavvicinammo quando andai a convivere con il mio attuale marito, era rimasto senza genitori e con due fratelli più piccoli. Lui si fece coraggio sapendo che avevo sulle spalle una situazione faticosa da affrontare, ed io fui felice di riabbracciarlo.
Il pudore fu tanto, per un lungo periodo non affrontammo l’argomento separazione, però, anche se relegate in un angolo, le amarezze erano sempre tra di noi. Poi, un giorno lo scoprii con gli occhi lucidi mentre fissava il volto della nipotina più piccola. Mi confessò che guardando Maria rivedeva la sua mamma,la mia sorella nell’età in cui ci ha lasciato.
“Da quel giorno ho smesso di vivere”. Ci disse.
Con parole semplici chiese scusa.

“Babbo dove sei?”
Hai il cellulare in mano, mentre piangi guardi il suo nome nella rubrica. Sai che nessuno ti risponderà più. Tuo padre è morto.
La telefonata è arrivata all’una di notte. Poche ore prima vi eravate lasciati scherzando e con la promessa di rivedervi nel fine settimana, a La Spezia, la sua città.
Eri andata a letto con uno stato d’animo inquieto, in allarme. Senza capire il perché.
Come non avevi compreso la commozione improvvisa che ti aveva assalito durante la serata.
Mentre eri ad un concerto, avevi dovuto nascondere il viso dentro la borsa per la vergogna, le lacrime uscivano inarrestabili. Non erano le note musicali a farti piangere, ma a quell’ora, alle undici lui stava morendo di infarto.
Il lutto è stato devastante: ti ha trascinato indietro, di nuovo hai rivissuto il vuoto della perdita, lo strazio della tua infanzia. Un dolore antico.
Hai subito un’ingiustizia doppia, ora che l’avevi ritrovato la morte l’ha voluto con sé.
Sono stati giorni tristi, amari, in silenzio hai passato ore e ore a guardare il mare. Cercavi una risposta.
Poi, lentamente sei uscita dal torpore, leggi, aprendo un cassetto le lettere che avevi ricevuto da lui durante la vostra separazione. Senti un tuffo al cuore perché adesso comprendi quanto ti amava, allora eri cieca perché troppo in collera con lui. Ti aveva lasciata sola.
Comprendi che quel passato non fa più parte di te. Sei orfana.
Una notte sogni tuo padre, la tua famiglia è di nuovo insieme. C’è una festa, tanta gente, musica, ballate e ridete. Indossi un vestito di tulle rosso, la mamma copre il suo volto sotto una paloma con una grande rosa appuntata. Tu cerchi lui, gli occhi malinconici di tuo padre ti regalano un gran sorriso e ti tira un bacio.

“Babbo dove sei? Non mi hai nemmeno salutato!”
Le coincidenze dopo la sua morte sono state molte, me l’hanno fatto sentire vicino.
Come quando dopo qualche mese che non c’era più, per caso lessi sul giornale di un corso di scrittura, pensando che scrivere mi poteva fare bene, andai. Da lì ho scoperto di avere dentro di me una passione repressa e quando ho partecipato al mio primo concorso letterario ho vinto il primo premio.
Da non crederci!
Che strano, mentre stavo pensando a quanto sarebbe stato orgoglioso di me, mi si avvicina un signore: “Brava! Se oggi non c’è lui a dirtelo, te lo dico io per lui, conoscevo il tuo babbo, avete gli stessi occhi!”
Ora, ogni volta che penso a mio padre sorrido, nonostante il dolore.
Dalla sua morte ho avvertito dentro un senso di libertà, come se mi avesse liberato da un peso che mi teneva prigioniera. La sua presenza è costante, mi ha accompagnato in un percorso. Penso sia lui a mandarmi le cose belle che mi stanno capitando e lo ringrazio. La sua morte ha innescato qualcosa che mi ha permesso di usare strumenti che erano ben chiusi dentro una cassaforte.
Sembra una contraddizione ma non lo è: morte e vita, dolore e libertà. Lui è me, ma io sono io, e solo adesso ho la mia unicità.
Da un po’ di tempo scrivo in una rivista, il giorno che ho conseguito il cartellino di giornalista, ho guardato in alto e ho detto: “Hai visto babbo?”. Vado per pagare e ho vinto con un gratta e vinci la stessa cifra che dovevo versare per l’iscrizione all’albo dei giornalisti.
Anche dopo la sua morte c’è.
Rischio di essere noiosa ad elencare ogni cosa, potrebbe sembrare la lista della spesa. Via, ne scrivo un’altra. Babbo veniva ogni sabato prima di Natale e ci portava un regalo. Ogni sabato prima di Natale arriva un regalo inaspettato: quest’anno ho vinto un servito da macedonia!
Lui non c’è più, ma andando via una parte di sé è rimasta dentro di noi, è vero! Ed è bello scoprire quanto io gli assomigli, anche in quei difetti che magari condannavo e che oggi mi fanno felice perché quel senso di appartenenza mi piace.
“Babbo dove sei?”
Nella mia forza
Nel mio respiro
Nella tenacia
Nel sorriso
Nel cibo
Nel mare di Lerici
Nei numeri della tua nascita che gioco al lotto
Nel fango delle Cinque Terre
Nel tuo regalo di Natale
Negli occhi della mia gatta, verdi come i tuoi.
“I gatti sono le anime dei morti.”
La mia gatta è dispettosa come te.

Levante

Ancora un raccontino dei colleghi del corso di scrittura creativa di Barbara Idda.
Questo è di Simone Giovannetti

Lo notai subito, Bo era sul ponte della nave appoggiato alla balaustra di ferro che si godeva il viaggio.
Mi colpi’ per quello… gli altri erano quasi tutti sottocoperta, chi a divertirsi ballando, chi mangiando, chi facendo l’amore, oppure semplicemente a dormire.
Vi eran poi pochissimi che stavan anche loro sul ponte. Pur essendo una bella notte stellata, il vento tagliente non invitava molto a star lì fuori. Ma quei pochi erano là giusto per rubare qualche minuto ad un viaggio che li annoiava mortalmente, oppure, non abituati ai flutti del mare, giravano come fantasmi cinerei perché eran ormai ore, giorni, che combattevano, perdendole, lotte interiori con i propri stomaci.
Stava, vento in faccia, a fumarsi un sigaro che inebriava l’aria del suo odore, rilassatissimo come se quel lungo viaggio, che tanto terrorizzava molti, fosse per lui la cosa più normale del mondo.
Mi feci avanti, incuriosito da questa persona che percepivo diversa dalle altre. Mi presentai, gli chiesi il nome e, rispondendomi “Levante Pomponi”, mi offri’ subito uno dei sigari toscani che stava fumando ed aggiunse: “Mangiaci anche questo”, dandomi un piccolo pezzo di cioccolata fondente.
“Sono fra i pochi vizi che ho”, mi disse. Il binomio era effettivamente sorprendente!
“Che nome strano… Levante” notai e lui mi rispose “E’ una lunga storia…“
“Abbiamo degli ottimi sigari, e cioccolata e…. tutto l’Oceano di tempo… se ti va di raccontarla…“
Suo padre, Goffredo, carrarino, di umili origini, poco più che adolescente aveva frequentato ambienti anarchici dove era conosciuto come “Burrasca” per il suo temperamento. Aveva, in tali ambienti, avuto la possibilità di farsi una sua piccola cultura sui testi politici di fine secolo. Fu proprio durante una di queste riunioni semiclandestine che una sera incontro’ Gale. Questo era il nome fittizio con cui si camuffava un “compagno” giunto dall’Inghilterra per fare proseliti. Si instauro’ subito un’amicizia particolare e dalle discussioni prettamente politiche si passo’ presto ad un rapporto più intimo e fraterno.
Goffredo e Gale, uno figlio di un lizzatore di Carrara, l’altro di un minatore della Cornovaglia, conoscevano entrambi la durezza di una vita sempre in pericolo, letteralmente in lotta contro la dura pietra, cosi’ come contro una miseria strisciante. Li accomunava al contempo la bellezza, ma anche l’asprezza dei territori in cui vivevano. Territori in cui il mare si mischia alla pietra, entrambi affacciati sul mare, ma con scogliere o montagne che vi si tuffano a picco. Terre di una bellezza indiscussa, difficili da domare, non facili da vivere, ma da cui un animo romantico, semplicemente ammirandole, poteva trarre spunto almeno per un ristoro dell’anima o per viaggi ed avventure immaginarie.
L’amicizia si protrasse epistolarmente negli anni e spesso, una volta affrontate le questioni politiche, le tribolazioni ed i piccoli piaceri personali e familiari, si dilettavano a suggerirsi piccoli brani di romanzi o autori dei reciproci paesi.
Fu cosi’ che Goffredo si avvicino’ anche alla letteratura crepuscolare che andava in voga in quegli anni oltremanica.
Goffredo poi, incontrata Ada, per amore, aveva deciso di trasferirsi lassù, nella Garfagnana più profonda, sulle alture che sembrano stare in equilibrio tra Emilia e Toscana. Campaiana era una frazioncina di Corfino al di la’ della Pania, poche misere case, ai margini di una stupenda faggeta che in autunno sembra prendere fuoco con tutto quel rosso ed arancione. Lassù la vita scorreva tranquilla, scandita dai tempi delle stagioni e della natura: la semina, il duro lavoro dei campi, la raccolta delle castagne, la raccolta dei funghi e poi il lungo, duro inverno. Certamente non una vita avventurosa, come spesso aveva sognato. Ma gli bastava quello che aveva e si sentiva già molto più fortunato di tanti altrI, anche soltanto per avere vicino la donna che amava.
Ma quello spirito da cui derivava il soprannome con cui tutti lo chiamavano anche lassù fremeva dentro lui. E la voglia di sapere, il potersi confrontare con qualcuno per parlare di cose che non fossero solo i lavori dei campi o la partita a briscola con gli amici intorno al tavolo della sua pur sempre amata osteria restavano sempre vivissimi.
Quelle lettere che arrivavano da cosi’ lontano, attese con impazienza, erano ogni volta come una folata d’aria fresca su una brace che covava sotto le ceneri e riattizzavano ogni volta il fuoco che aveva dentro. Con quelle nutriva la sua voglia di sapere, conosceva scrittori sconosciuti, viaggiava con la mente in posti lontani.
Sua moglie vedeva tutto questo e lo apprezzava, in fondo gli era piaciuto da subito questo miscuglio tipico della gente di quella zona da cui proveniva il marito, gente che non e’ ne’ “mare” ne’ “terra”, uomini rudi ed al tempo stesso sognatori e capiva come suo marito potesse amare quello che aveva pur sentendo la necessita’ di evaderne.
Così non si stupì più di tanto quando gli disse che la avrebbe portata in vacanza: una cosa per quei tempi e quei ceti impensabile. Non si stupi’ più di tanto del fatto che per anni si fosse sacrificato per mettere da parte quei pochi risparmi che potessero permettergli quel sogno di sempre.
Un viaggio che non si era potuto permettere neanche per le nozze e che voleva regalare ad Ada e a se stesso quasi per colmare certe sue necessita’, una sorta di suo bisogno fisico.
Non aveva grosse velleità, pochi giorni, non doveva andare lontano, pero’ doveva vedere dei posti, dare un volto a dei nomi o dei luoghi che aveva sempre sentito nominare e lo incuriosivano, ma non aveva mai visto.
Aveva una lista mentale: voleva vedere l’Orrido di Botri e l’Antro del Corchia, eran posti in fondo vicini a dove abitava, che a lui, nel tempo diventato appassionato di romanzi neri inglesi, ispiravano curiosità e timore a causa dei nomi. Poi voleva regalare alla moglie una parentesi romantica portandola al Golfo dei Poeti, dove alcuni degli autori Inglesi più in voga avevano soggiornato. Infine, sulla via di ritorno, si sarebbero fermati per una passeggiata sulla Pania, della Croce, la sorella maggiore della Pania di Corfino su cui vivevano, che ad entrambi e a tutti gli amici del paese aveva sempre ispirato un certo senso reverenziale.
Visitate la splendida gola di Botri, dove scorre un fiume turbolento, e la maestosa grotta del Corchia, si eran diretti verso il mare.
Durante il soggiorno in Riviera avevano avuto anche modo di fare una gita in barca e visitare Lerici, dove sapeva avevano soggiornato Byron e, perso la vita annegando, Shelley.
Rientrando a terra, furono sorpresi da un improvviso peggiorarsi del tempo che si era in particolar modo manifestato con forti raffiche di vento provenienti dall’entroterra, che increspavano il mare in “senso contrario”, come disse lui, con onde che andavano da terra verso mare, e che li avrebbe sospinti al largo se non fosse stato per la capacita’ del barcaiolo. A lui, che distingueva i venti in due categorie “di terra” e “di mare”, il barcaiolo spiego’ che quel vento si chiamava Levante, cosi’ come d’altronde la Riviera su cui stavano villeggiando.
Quel breve viaggio terminò con la prevista gita fin sopra la cima della Pania, che gli dette quella sensazione di poter esser, anche se per poco, alto quanto quella montagna da sempre più alta della sua Pania e del suo intero paese, che riusci’ a intravedere da lontano.
Nei primi giorni e mesi successivi, molte delle serate passate con gli amici erano all’insegna dei racconti di quello che ai loro occhi poteva apparire come una grossa avventura. Lui e Ada raccontavano le tante cose che avevan visto, le sensazioni che avevan avuto, e a Goffredo brillavano ogni volta gli occhi nel ripetere cosa aveva vissuto, lodandosi un po’ di aver visto i luoghi dei “suoi” poeti e sorvolando innocentemente sul fatto che quel Shelley di cui aveva visto la lapide in realtà non era l’autore, ma il marito dell’autrice di quel “Frankenstein” letto anni prima che tanto lo aveva colpito e di cui spesso parlava per terrorizzare gli amici.
In una di queste occasioni ordinarono all’oste una bottiglia del rosso più buono e poi sbotto’ solennemente: “Stasera niente racconti del viaggio, o meglio, forse si… stasera si brinda!! La Ada e’ incinta!! E mi sa che quel viaggio…”
Decisero anche li su due piedi il nome di suo figlio, perchè sapeva, se lo sentiva, che sarebbe stato un maschio…
Vabbe’, se era una femmina si sarebbe forse optato per Pania, sua moglie aveva anche ipotizzato quello, ma non si era posto molto il problema, sicuro come era.
Dovendo invece decidere per il figlio… beh… scartato da subito, e per ovvi motivi, Orrido, potevan aver pensato addirittura un minimo ad Antro (nomi strani ce ne son da quelle parti…), ma vuoi mettere Levante??
E per lui, che tutti chiamavan “Burrasca”, avere un figlio col nome di un vento era tutto un programma. Poi quel nome rispecchiava il suo temperamento: il nome di un vento, che nei periodi di “buona” e’ quasi una brezza, frizzante, piacevole… ma quando “buona” non e,’ può diventare gelido.
Ma si… era anche il vento che vien da Est… proprio da laggiù, da dove arrivavano in quegli anni nuove idee che lo infervoravano con rinnovata speranza di libertà e uguaglianza!
Ma sopratutto… era il vento che viene da laggiù, da dove, ogni giorno, nasce quel sole che ci scalda e ci dà la vita!
Si, certo! Sarebbe stato Levante!
Levante Pomponi!!

Il volto

di Paola Macelloni

Una sera li sentii gridare, anzi era lui a farlo, di lei si sentiva soltanto un soffio di voce, poi dei colpi, gli strilli del bambino e il silenzio, un silenzio pesante come un macigno. Sapevo che Fosco aveva perso il lavoro, ne aveva avuto uno? Era Gianna a darsi da fare, qualche signora ogni tanto le dava i panni da lavare, qualche altra la chiamava per pulire per terra, allora Armandino rimaneva a giocare con la mia Palmira mentre io dipingevo. Quella sera però Fosco gridava più del solito, qualcosa nella sua voce mi dava i brividi. Poi scese il silenzio, un silenzio stagnante, e i brividi furono una cappa di gelo. Sarei voluta uscire, salire quel piano di scale che ci separava… che cosa avrei potuto fare? Il mattino dopo e i giorni a seguire, ogni volta che la incontravo, Gianna girava il capo, mi salutava a mezza voce e si allontanava in fretta, mi evitava? Fosco invece, non lo vidi per molto tempo, non fu una gran perdita; quando lo incrociavo era spesso ubriaco, e poi mi guardava in quel modo torvo, sapeva di me? La mia vita era cambiata da allora molti tiri di archibugio mi separavano da Roma, dalle mie adorate suorine e da mio padre che ancora stentavo a perdonare. Eppure era merito suo se adesso vivevo a Firenze ed ero l’unica donna ad essere ammessa all’Accademia. Lui mi ha insegnato l’arte del ritratto, ho respirato l’odore dei colori insieme a quello del latte, mi ha insegnato a guardare, io ho imparato a ritrarre le emozioni sui volti delle donne. Grazie a una sua al Buonarroti, ero riuscita ad avere udienza al cospetto del Granduca Cosimo De Medici, sarei entrata a Palazzo Pitti portandogli in dono un quadro. Pensavo di dipingere ancora Giuditta e Oloferne, cambiando alcuni particolari. Immaginavo di continuo l’espressione del volto dell’eroina, era diventata un’ossessione per me, volevo un volto nuovo, diverso da quello della modella utilizzata tante volte. Pensavo di continuo al quadro, vedevo la scena come se stesse accadendo sotto i miei occho. Giuditta con la spada appoggiata alla spalla, ancora sporca di sangue, il viso e il collo illuminati da una luce ambrata, secondo lo stile del maestro Caravaggio.

La fantesca in primo piano davanti a lei, ritratta di schiena e illuminata dalla stessa luce, il profilo del volto appena visibile, quasi immerso nel buio, entrambe guardano nella stessa direzione. Giuditta la trattiene con una mano sulla spalla, ascoltano qualcosa la nel buio. Abra tiene al fianco una cesta con la testa di Oloferne, in perfetta diagonale rispetto allo sguardo delle due donne. Sarebbe piaciuto questo quadro al Granduca? Lo avrebbe fatto appendere nella galleria del palazzo?

Un pomeriggio di pioggia andai a bussare alla porta della Gianna avevo bisogno che mi tenesse Palmira, all’Accademia dove dovevo recarmi non accettavano bambini. Bussai, fu lei ad aprirmi, nella stanza c’era poca luce, e lei aveva le maniche avvolte sui gomiti e un cencio avvolto intorno al capo come quando scendeva al fiume a lavare i panni. Indugiò un poco come se non volesse farmi entrare, ma scostandosi appena la luce di una candela le illuminò metà volto il resto rimase immerso nel buio. Rimasi folgorata, quella luce e quel volto che conoscevo così bene … era lei la mia fantesca. Dietro un buon compenso mi fece da modella, era paziente, rimaneva immobile a lungo rispettando le pose in silenzio, sembrava nata per quello. Rimaneva fino a che non udivamo i passi di Fosco, allora si riscuoteva e quasi scappava di sopra trascinando il bambino. Decisi che entrambe le donne avrebbero avuto il suo volto, avrei messo in ombra il volto della fantesca rendendolo irriconoscibile, e in piena luce soltanto quello di Giuditta, questo il nostro segreto, nessuno lo avrebbe mai saputo.

 

Avanti e indietro

di Gabriella Torretti

Avanti e indietro

Camminare, in fondo si tratta solo di camminare. Tu sei brava a camminare. Hai un ‘andatura armoniosa, i piedi si muovono con eleganza, le gambe sono scattanti, il busto eretto, le braccia con lieve dondolio, accompagnano il tuo modo di andare. È un piacere vederti camminare e tu cammini, avanti e indietro, allo scopo di piacere. Uno, due, tre… al quinto albero ti volti e torni indietro.
Peccato, potresti andare avanti per chilometri, forse non con questi tacchi così alti, non con questa gonna troppo stretta. Ma potresti. Sei abituata a camminare. Scalza, soprattutto, sul sentiero umido al mattino, infuocato al ritorno. La sorgente era lontana dal villaggio. Camminavi cantando per farti compagnia, un passo dietro l’altro con la brocca in equilibrio sulla testa, il lungo collo irrigidito, i fianchi ondeggianti. Ogni giorno nella luce abbagliante del sole, per quanti giorni?
Ora sei una creatura del buio. Avanti e indietro ogni notte alla luce incerta dei lampioni, per quante notti?
Gli spiriti delle tenebre non ti sono mai stati propizi.
Eppure tutto ebbe inizio una notte di febbraio, tre anni fa.
Uscisti di casa senza dire niente e senza un bagaglio; semplicemente ti incamminasti, insieme ad altri fantasmi, su sentieri di montagna, determinata a bruciare la frontiera, attraversare il deserto, raggiungere un approdo sul mare e da lì la libertà.
Camminasti come sapevi fare, per otto giorni mangiando biscotti secchi e bevendo le tue urine. Giorni angosciosi di sete e di fame, un passo dopo l’altro, sotto il sole impietoso. Sulla pista piccole composizioni di pietra, le tante sepolture dei viaggiatori periti in cammino. Non potevi fermarti. Anche ferma, se non bevi, un po’ muori: al corpo, agli occhi succedono cose strane. E allora cammini, sotto un cielo viola, tra incredibili dune dorate. Se scegli di andare sai di non tornare. Chi fugge può solo andare avanti, il ritorno è precluso.
Tornare. Adesso vorresti tornare.
Eppure avevi visto le foto sorridenti di chi era partito. Come erano cambiati! Parlavano di cibo, vestiti, giocattoli. Nessuno parlava di questo viale. Nessuno ti aveva detto che per te ci sarebbe stato solo questo camminare, avanti e indietro, prima di venderti anche l’anima.

La tana

di Eile Livori

Paolo, appena rientrava a casa, si dirigeva subito in quella stanza e la prima cosa che faceva era quella di accendere il giradischi. Poi, con movimenti lenti e attenti, prendeva l’LP in vinile dei Queen e posizionava il braccio del giradischi nel punto preciso in cui cominciava “Bohemien Rhapsody”.
La musica cominciava a risuonare nella stanza.
Il volume al massimo.
Le note uscivano dalle casse bilanciate in modo armonico.
Ecco, così era perfetto.
Desiderava che tutto ciò che lo circondava in quel luogo si impregnasse di quella musica come se fosse stata un profumo.
Adorava i Queen e quella canzone in particolare.
A volte trovava sciocco quel suo modo di comportarsi. Rientrare a casa senza salutare nessuno, chiudere frettolosamente quella porta per ascoltare una canzone.
Lui solo sapeva il perché.
Paolo aspettava sempre con frenesia il momento in cui nel brano le voci si intersecavano tra loro e perfettamente in armonia con la musica; allora poteva finalmente inserirsi in quel crescendo, e la sua voce diveniva sempre più acuta fino a trasformarsi in un urlo: un urlo d’angoscia, di paura, di sgomento.
Quell’urlo lo faceva stare meglio e quando ne aveva bisogno usava quella canzone come una terapia.

Quella stanza era diventata la sua tana. Paolo a volte decideva che era giunto il momento di spalancare la finestra e rimettere un po’ d’ordine. La scrivania era ricoperta di appunti, pagine di quaderno sparse dappertutto, lapis, penne, pezzi di carta, vecchie foto e altre cianfrusaglie, mentre il suo vecchio divano avrebbe avuto bisogno di una rinfrescata ai cuscini, erano diventati sottili, ultimamente accoglievano Paolo nei suoi momenti bui, di giorno e di notte.
Aveva proibito a sua moglie di toccare una qualsiasi cosa, e lei aveva accettato di non entrare in quella stanza perché sapeva che solo lì Paolo ritrovava quel poco di se stesso che ancora ricordava di avere.

Paolo era stanco, stanco del lavoro, di sua moglie dei suoi figli, della vita stessa. Ma doveva resistere, resistere ancora.

Chiuso nella sua tana, sdraiato su quel vecchio divano, ascoltando i Queen, Paolo ripensava ai bei tempi passati a Londra, dove suo padre lo aveva “spedito”, per imparare l’inglese e là, oltre la lingua, aveva imparato a vivere.
Si era lasciato trascinare da quel ritmo di vita solo all’apparenza lento e ordinato: aveva conosciuto un numero indefinito di persone con le quali aveva condiviso tutto: studio e lavoro di giorno e happening che nascevano dal nulla, di notte, dove potevi trovare ragazze disponibili e tutte le droghe che desideravi, se le desideravi.
Esperienze incredibili per un ragazzo proveniente da una piccola città.

Ricordava ancora il giorno in cui entrò a Whembley per assistere al concerto dei Queen.
Non aveva mai visto niente di simile: una folla immensa multicolore, multietnica, unita dalla passione per la musica rock che ondeggiava come un mare variopinto, sapeva che tutto ciò che vedeva e sentiva gli sarebbe rimasto dentro per sempre, ma non avrebbe mai immaginato che, ad un certo punto della sua esistenza, era quel tornare indietro nel tempo, sul filo di quelle note, che lo faceva rimanere attaccato alla vita.

Paolo stava ancora cenando quando improvvisamente il telefono squillò.
“Pronto? Signor Gherardi? Sono la dottoressa Lucchesi del reparto nefrologia, mi hanno chiamato dall’Ospedale Careggi di Firenze: c’è un rene disponibile, venga subito in reparto a fare dialisi per due ore e si prepari a partire.”
“Dottoressa” rispose Paolo, “Io… ma… non so. Sia gentile, sono confuso, può richiamarmi tra dieci minuti?”.
“Certo. Capisco, lo sapeva che sarebbe accaduto tutto all’improvviso vero? Non pensi neanche per un attimo di rifiutare… si ricordi che sono cinque anni che aspetta questo momento.”

Paolo guardò sua moglie e le disse: “Elena… c’è un rene per me, dobbiamo partire per Firenze. Chiama i ragazzi… voglio che vengano con noi. Ho Paura. Avrei voglia di dire di no.”
“Ti prego Paolo, non dirlo neanche per scherzo, qualcuno ti dà la possibilità di tornare a vivere una vita normale, non rifiutare questo atto di generosità solo per paura.”
Quei dieci minuti, furono per Paolo i più lunghi della sua vita.
Erano cinque anni che faceva dialisi, aveva fatto una miriade di analisi, avevano scandagliato il suo corpo
come un fondale marino. Aveva avuto un infarto, gli avevano messo due stent alle coronarie e due alle gambe, un’operazione alla carotide e gli avevano tolto tutti e quattro i denti del giudizio anche se erano sani eppure… si sentiva bene.
Aveva modellato la sua vita sui ritmi che gli avevano imposto gli orari e i giorni della dialisi: dalle diciannove alle ventitré il lunedì, mercoledì e venerdì.
Il mattino dopo si sentiva forte come un toro ed affrontava la vita come se la sera prima niente fosse accaduto.

Questa notizia lo destabilizzava, sconvolgeva i ritmi e l’impostazione che aveva dato alla sua vita.
Colazione del mattino con la trasgressione del “cappuccino e pezzo” proibito, un salto in ufficio per curare i suoi affari ed incontrare i suoi collaboratori, pranzo a casa veloce, qualche chiacchiera con la moglie e i figli e il pomeriggio libero fino all’ora di cena se non faceva dialisi, altrimenti con “pane e prosciutto” come cena, alle diciannove si presentava in ospedale.
Dopo pochi minuti veniva attaccato a quella macchina che gli avrebbe purificato il sangue e da quel momento, per quattro ore, la sua vita dipendeva da “lei”.
Sdraiato su quel letto che lui descriveva come degno della NASA, indossava la cuffia per ascoltare la televisione posta ai piedi del letto.
Paolo teneva d’occhio quell’aggeggio infernale, pieno di tasti, rotelle, orologi e tubi, un infinito numero di tubi dove vedeva scorrere il suo sangue in un andirivieni velocissimo dal suo braccio alla macchina e viceversa. Era come vedere il traffico di una grande città dall’alto.
L’orologio che indicava la fine e l’inizio della dialisi era l’unico che Paolo guardava più spesso degli altri tasti.
Ormai sapeva che quando avrebbe segnato le ventitré emettendo un bip-bip continuo sarebbe stato libero.
Era cosciente che era una libertà fittizia, alternata, ma che gli concedeva un giorno di respiro, un giorno in cui si sentiva uguale agli altri.
Non poteva più permettersi di organizzare un viaggio, una vacanza da quattro anni e negli ultimi due aveva abbandonato anche i week-end veloci, quelli fatti per uscire dalla realtà: ora, a fine settimana, si sentiva troppo stanco e i suoi sabato e domenica li trascorreva nella sua “tana” sul divano a guardare la televisione
senza più accorgersi delle esigenze dei figli, ormai grandi, ma soprattutto di quelle di sua moglie.
Lei esisteva solo per assisterlo.
Negli ultimi tempi era diventato più nervoso, fumava anche se non gli era permesso, non aveva più fame né di cibo né di vita e scaricava il suo nervosismo su Elena. Non gli andava più bene niente di quello che lei faceva e diceva, la rimproverava sempre ed in qualsiasi posto fossero.
Elena non ce la faceva più, quante volte nel suo intimo aveva desiderato semplicemente di andarsene. Sì, voleva andare via ma non per sfuggire ai suoi doveri e responsabilità, ma per rimanere sola.
Il suo senso del dovere la faceva stare vicina a Paolo. Già, senso del dovere, era triste ammetterlo, ma era così, ormai tra loro non esisteva più niente: non si trovavano più, o meglio, non si cercavano.
Forse un giorno si sarebbero incontrati di nuovo. Ora le loro vite ed i sentimenti erano stati stravolti da un mare in tempesta che travolge e spazza via tutto. Così fa una malattia quando entra a far parte del tuo quotidiano.
Elena sapeva che Paolo non era cattivo, era solo spaventato, ed era per questo che aveva deciso di rimanergli accanto: aveva bisogno di lei.
Sarebbe rimasta fino al giorno in cui tutto si fosse risolto, forse allora avrebbe preso una decisione, in fondo al suo cuore sentiva che poteva rinascere quell’amore momentaneamente perduto.

Ricordava ancora quando Paolo quella sera, improvvisamente, le disse: “ Mi hanno convocato per l’idoneità al trapianto a Firenze.”
Fecero questo viaggio come se fosse un vacanza, partirono la mattina in treno, una volta arrivati andarono in albergo in centro e lasciati i bagagli andarono per negozi a fare shopping, infine mangiarono in una caratteristica trattoria e girarono per la città.
Il mattino seguente, quella spensieratezza goduta il giorno, prima fu sostituita da un’impalpabile ma fottuta paura: la paura che gli dicessero che non era idoneo al trapianto.
Fu un sì.
Paolo vomitò nel giardino dell’ospedale.
“Tensione nervosa, non ti preoccupare” disse Elena.
“Ma che cosa stai dicendo, come al solito non capisci niente, è stata la cena di ieri sera.”
“Non cambierà mai” pensò sconfortata Elena.

Presero al volo il treno che li avrebbe riportati a casa, Paolo, con la testa appoggiata allo schienale del sedile, pensava a quello che lo avrebbe aspettato nel prossimo futuro: un’attesa carica di speranze e di paura, ma in fondo al suo cuore si stava aprendo uno spiraglio di felicità.
Prima di assopirsi, dondolato dal movimento ritmico del treno, pensò… “Quando ascolterò, nella mia tana, la mia musica preferita, che cosa proverò ora che ho una speranza?”. La sua mano stringeva quella di Elena come una muta richiesta di aiuto.