Lo stragista che non conosco

Non voglio e non so dire niente sulla strage o tentata strage di Macerata da parte del razzista leghista. Solo che mi dispiace molto per le vittime, vorrei capire chi sono, se si salveranno.

Ho visto le foto dello stragista, non so se questa sia la parola giusta ma, certo, assassino semplice non è. Un assassino semplice è uno che tenta di ammazzare  l’immigrato nero Nome e Cognome perché ha violentato/ucciso la sorella/mamma/nonna ecc… Uno stragista ( ripeto non so se la definizione è giusta) è colui che prende di mira un intero gruppo etnico, cioè persone che non ha mai visto in vita sua, per ragioni ideologiche. Cioè come hanno fatto i vari stragisti mussulmani nelle varie città europee e sopratutto medio orientali fino ad ora.

Mi colpisce la distanza tra me, quello che penso e sono e tutto quello che mi circonda  e la foto e la vita di questo stragista. Mi colpisce il fatto che io quella gente lì nella mia quotidianità non la incontro mai, non la incontro quindi non ci parlo. Facciamo vite completamente separate, non ci scambiamo niente e io mi rinforzo nelle mie idee e lui (loro) si rinforzano nelle loro. Quindi non posso neanche mostrare a questa gente un altro modo di essere e di vedere il mondo. Dice: tanto non cambiano idea. Non so, probabilmente no, ma certo il dialogo a me sembra l’unico modo per aiutare ad approfondire le conoscenze e le convinzioni. Mi riferisco a quando uno non ha già ammazzato o tentato di ammazzare un sacco di persone, mi riferisco alla necessità di smontare il clima d’odio che i partiti di destra hanno sapientemente gonfiato.

Qualcuno dovrebbe poter parlare con questa gente, ascoltarli, capire perché sono convinti che i loro problemi derivino dagli immigrati e non dagli stipendi bassi o il lavoro che non c’è, l’assistenza domiciliare della nonna passata da 12 a 5 ore la settimana e sciocchezze del genere. Ripensandoci, comunque, per ora, in campagna elettorale, non c’è proprio niente da fare. Dopo, forse.

 

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Potere e nuda vita.

ragazzina capelli rossi

(Questa foto non c’entra ma l’ho messa perché la ragazzina mi piaceva troppo)

In queste settimane sto leggendo un libro bellissimo: Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita di Giorgio Agamben. E’ del 1998 ma io so’ gnurant. La mia edizione è la Piccola Biblioteca Einaudi. In questo libro ci sono cose importantissime sul rapporto tra gli uomini ( e le donne), i loro corpi, proprio il loro corpo fisico che inizia con la nascita e il potere, il governo, le forme di governo e molte altre cose. Ci sono riflessioni fondamentali, dal mio punto di vista, per capire anche questa fase politica e questa stessa campagna elettorale

Per dire “vita” i Greci usavano due termini diversi: la zoe, il semplice fatto di vivere comune a tutti gli esseri viventi, compresi animali e dei e biòs, cioè la maniera di vivere propria di un singolo o di un gruppo. La vita semplicemente come esistenza e la vita qualificata, cosciente.

Agamben poi riporta Foucault:

” Per millenni, l’uomo è rimasto quello che era per Aristotele: un animale vivente e, inoltre, capace di esistenza politica; l’uomo moderno è un animale nella cui politica è in questione la sua vita di essere vivente”. “La soglia di modernità biologica di una società si situa nel punto in cui la specie e l’individuo in quanto semplice corpo vivente diventano la posta in gioco delle sue strategie politiche.(…) vertiginoso aumento dell’importanza della vita biologica e della salute della nazione come problema del potere sovrano…” (p.5).

“Lo sviluppo e il trionfo del capitalismo non sarebbe stato possibile, in questa prospettiva, senza il controllo disciplinare attuato dal novo bio-potere (…)” (p.6)

“(…) la politica si era già da tempo trasformata in bio politica e in cui la posta in gioco consisteva ormai soltanto nel determinare quale forma si organizzazione risultasse più efficace per assicurare la cura, il controllo e il godimento della nuda vita”. (p.134)

 

Mo’ ci siamo scocciate

Quando raccontiamo di come abbiamo preso parola, di come abbiamo trovato il nostro posto nel mondo, noi donne partiamo dalla nostra storia, dalle nostre radici e relazioni. So bene di non dire niente di nuovo ma lo ripeto volentieri, forte della conferma arrivata dai commenti al post dal titolo “Che c’è di male?Continua a leggere

Si chiamano sindache!

Ora basta. Se scrivo sindaco parlo di un uomo se scrivo sindaca parlo di una donna.

Non c’entra niente la gradevolezza o meno di certe parole, di certi suoni. Che in italiano ci sono parole bruttissime che vengono usate normalmente: accendino, elettrodomestico, commutatore, attrezzo…e poi, queste sono quelle che non piacciono a me. De gustibus…

C’entra l’aderenza di un concetto alla realtà di quello che significa. Ho lavorato per una donna a capo di una importante società pubblica, si firmava il direttore. Non l’ho mai digerito. – Scusa, esiste la parola direttrice, perché non la usiamo? – le dicevo. – Perché mi ricorda la direttrice dei collegi femminili. –

Infatti. Il punto è proprio questo: la corrispondenza fra il valore nominale di una parola e quello sostanziale. Molte donne: in gamba, libere e femministe, dicono e scrivono, – ne ho letto molto da quando Appendino e Raggi sono diventate due sindache importanti -,  che non importa, l’importante è altro, cioè la sostanza. E non si accorgono che, se non cambiano le parole, neanche la sostanza cambia, o, meglio, che tra sostanza e modo di nominarla c’è una relazione biunivoca molto stretta. Modificare le parole poi aiuta a modificare il pensiero e viceversa. Usare il linguaggio sessuato aiuta a far diventare normale una sindaca, una direttora.

Ciò che non si dice non esiste ( parole di Cecilia Robustelli che lavora proprio su questi temi. vedete il link . http://www.accademiadellacrusca.it/it/eventi/giulia-presentazione-guida-donne-grammatica-media perché  )

Non c’è bisogno che scomodi Freud, vero? Che non sono neanche tanto brava. E neanche la Bibbia: in principio era la Parola. Si esiste in quanto si è nominate. Se non si è nominate non si esiste.

E’ poi, e sopratutto credo, anche una questione di status sociale. Ho letto da qualche parte che nessuno si è mai scandalizzato per operaia, maestra, pasticcera ecc.. Infatti..Eppure pasticcere è come ingegnere: perché pasticcera sì e ingegnera no? Forse perché la pasticcera non ha lo stesso status sociale di una ingegnera?

Ora che le professioni un tempo maschili sono esercitate, sempre di più, anche da donne ( e vai di ingegnere e architette) che il potere sempre più passa nelle mani delle donne ( e vai di sindaca, assessora, direttora) è naturale, consequenziale che si modifichi anche il linguaggio. Voglio dire: mi vedo i giornalistoni di Repubblica o la Stampa a dover parlare di Appendino e Raggi nello stesso titolo e trovare, finalmente, strano scrivere “i sindaci”! Si saran guardati e avranno detto: cacchio ma sono donne. Come le dobbiamo chiamare? Sindache le dovete chiamare. Sindache!

Stereotipi col tamburo

Il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan che suona il tamburo

Scrivere di un senegalese sulla spiaggia col tamburo significa usare uno stereotipo? Lo stereotipo dell’africano col tamburo? Dove vivo io ci sono centinaia di africani sulla spiaggia che vendono oggetti di stile africano –  che siano fatti in Africa mi pare altamente improbabile – che, spesso, hanno tamburi. Hanno anche vestiti tradizionali, o, a volte, portano jeans e maglietta.

Questa è la definizione della Treccani

 stereòtipo agg. e s. m. [dal fr. stéréotype, comp. di stéréo- «stereo-» e –type «-tipo»]. – 1. agg. a. Di stereotipia, realizzato con il procedimento della stereotipia: ristampa s. di un volume; lastre s., le stereotipie, ossia le controimpronte, delle forme di composizione tipografica. b. fig. Impersonale, inespressivo, perché detto o fatto senza partecipazione (meno com. di stereotipato): i soliti discorsi s. da salotto; un sorriso stereotipo. 2. s. m., fig. a. Modello convenzionale di atteggiamento, di discorso e sim.: ragionare per stereotipi. In partic., in psicologia, opinione precostituita, generalizzata e semplicistica, che non si fonda cioè sulla valutazione personale dei singoli casi ma si ripete meccanicamente, su persone o avvenimenti e situazioni (corrisponde al fr. cliché): giudicare, definire per stereotipi; s. individuali, se proprî di individui, s. sociali, se proprî di gruppi sociali. b. In linguistica, locuzione o espressione fissatasi in una determinata forma e ripetuta quindi meccanicamente e banalizzata; luogo comune, frase fatta: parlare per stereotipi, abusare di stereotipi; in partic., sinon. di sintagma cristallizzato (v. sintagma). c. Espressione, motto, detto proverbiale o singola parola nella quale si riflettono pregiudizî e opinioni negative con riferimento a gruppi sociali, etnici o professionali.

Analizziamo la definizione figurata che parla di modello convenzionale di discorso che non si fonda sulla valutazione dei singoli casi ma si ripete meccanicamente. La descrizione del senegalese in questione è la descrizione di un solo senegalese, preciso e specifico, che fa però parte di un folto gruppo che io ho visto e osservato ripetutamente. Non tutti hanno un tamburo, alcuni sì. Il mio sì perché è fondamentale.

Analizziamo la definizione linguistica che parla di una locuzione o espressione fissatasi in una determinata forma e ripetuta meccanicamente e banalizzata. Il mio africano non è descritto come “arriva l’africano col tamburo”. La sua descrizione è molto più complessa e lui ha una funzione nel testo molto precisa, ce l’ha lui, lui specifico e non altri africani che potrebbero comparire in scena.

Analizziamo la definizione che para di singola parola nella quale si riflettono pregiudizi e opinioni relative con riferimento a gruppi etnici. Il mio senegalese col tamburo non rappresenta in termini negativi tutti i senegalesi, o tutti gli africani. Anzi, ha, nel testo una funzione talmente specifica che potrebbe tranquillamente essere svedese o neozelandese. Solo che, sulle spiagge che conosco io, di svedesi o neozelandesi che fanno gli ambulanti non ce ne sono.

Ci ho pensato molto. Secondo me se una espressione è usata come stereotipo o no lo si capisce solo dal contesto, leggendo tutto il pezzo/racconto/descrizione. Mi rendo conto che la questione è complessa e mi farebbe piacere se qualcuno volesse ampliare, correggere, commentare.

Le persone hanno sensibilità diverse, rispetto agli immigrati. Per quanto mi riguarda cerco di non cadere nel tranello dell’antistereotipo ad ogni costo. Che diventa il peggior stereotipo.

Neppure per mia sorella

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Stamani non riuscivo ad aprire il computer. Mi sono messa a leggere e a finire di schedare un libro molto bello: Il punto cieco, di Javier Cercas. Mi dicevo: accendi il pc, devi scrivere un sacco di roba, di vario genere. Accendilo. Niente. Fino a che non ho letto una frase in quel libro che mi ha dato una scossa. Parlando di intellettuali Cercas dice, tra le varie cose: “ (..) se una volta per tutte (l’intellettuale) si ficcasse bene in testa che la morale precede la politica, e che è impossibile essere un intellettuale onesto senza essere un uomo onesto.(…) e se non scordasse nemmeno per un istante che, nel suo caso, la rettitudine morale dipende dalla sua capacità di riflettere con la massima attenzione, di formulare idee corrette o che a lui sembrino corrette e di agire in accordo con esse e non in accordo con ciò che gli conviene pensare(…).”
Ora, lo so che giro sempre intorno allo stesso tema ( come tutti) ma è questo il punto: non solo per gli intellettuali, che ce l’hanno come obbligo.

Non sono un’intellettuale ma non ho mai rinunciato a riflettere con la massima attenzione e ad agire non come mi conviene ma come mi sembra corretto. Ma, ripeto, prima di agire, se si vuole che il nostro agire sia morale, occorre essere onesti con se stessi: occorre provare formulare idee corrette, o che a noi paiano tali.

Sento ancora l’angoscia nella voce di mia sorella che mi dice, al telefono: “E’ la fine del mondo!” . Rispondo: “Penso di sì, è la fine del mondo per come lo conosciamo, almeno. Magari potremmo, fra molti anni, costruirne uno migliore ma ora siamo nel momento della distruzione “.
Poi penso: non è detto che sia un male questa distruzione di certezze. Facciamo come dice Cercas, ragioniamo: avvenimenti epocali – cioè che avranno conseguenze per molti anni a venire – stanno accadendo. ( E il buon prof. Taliani, sociologia dello sviluppo, ce ne parlava nel 1990). Laddove c’è la guerra, la fame, la carestia, la sperequazione, l’ingiustizia le persone scappano perché sono bombardate, perseguitate, affamate. Cosa c’è di strano?
“ Ok, – dice sempre mia sorella – vieni qua a cercare di stare meglio. Mi sta bene. Ma perché poi ti metti una bomba addosso e ti fai esplodere? “
Forse perché tra i molti che trovano sufficienti motivi di serenità nel nostro mondo ce ne sono alcuni che, per ragioni diverse, questa serenità non la trovano e non la troveranno mai. E allora cercano protezione in una idea forte di identità, che è la cosa più liquida che esista, ma molti non lo sanno. E questi sono presi in mezzo a quei movimenti storici di cui sopra che vedono potenze prima ritenute marginali contendere il dominio sul mondo a potenze da sempre dominanti.
Cosa accadrà di noi? Non lo so. Cambierà il nostro stile di vita. Penso di sì. In peggio anche. Ci sarà meno libertà – cos’è tutto questo parlare di sicurezza? A cosa servono i militari per le strade? Non prevengono atti terroristici e io non mi sento più sicura, mi sento controllata – probabile; ci sarà più sospetto tra “noi” e “loro”, quindi aumenteranno le difficoltà di integrazione. Come effetto positivo prevedo che le persone che attualmente parlano di voler difendere il loro stile di vita, dovranno darsi da fare nel concreto per difenderlo veramente. Ognuno di noi, umile ingranaggio del sistema, dovrà fare scelte personali coraggiose, finalmente.
Ecco perché, in questi tempi, chi cerca facili rassicurazioni non potrà averne. Non da me, neppure se è mia sorella.

Metis: un modo di stare al mondo

Con alcune amiche da un po’ di mesi stiamo riflettendo sul concetto di Metis, conosciuta come “l’intelligenza femminile”. Ma non è roba solo per donne. Vediamo cos’è.

Metis, figlia di Oceano e Teti è la personificazione di alcune virtù che si ritrovano principalmente, anche se non esclusivamente, nelle donne. Metis è la personificazione dell’intelligenza astuta, la capacità di superare gli ostacoli aggirandoli. Più acqua che ferro, più pervasiva che penetrante, più tenace e paziente che forte e prepotente. E’ la madre di Atena che, come il suo animale simbolo, la civetta, vede nel buio: scorge prima, intuisce, come se già sapesse sa dosare le parole e la forza. Non è un caso che l’eroe protetto da Atena, il suo preferito sia il polimorfo Ulisse.
Pensare più a lungo, riflettere sul discorso e sulla relazione, osservare le forze in gioco. Diventare fluidi.
Politropia: volgersi in più direzioni, riuscire ad agire in situazioni complesse n cui è fondamentale tenere insieme le svariate componenti che informano sul contesto. ( Sintesi da articoli di Simona Paravagna e Mauro Pellegrini)

Potrebbe essere, anzi, è un modo di stare al mondo.

Potrebbe essere un modo di fare politica, di risolvere le controversie internazionali. E’ contrapposta alla forza, all’impulsività, alla voglia di vincere annientando l’avversario. Tenacia e pazienza invece che forza e prepotenza. Penso ai movimenti ambientalisti, scomparsi nel nostro paese, e a quelli pacifisti, idem. E’ con tenacia e pazienza, con la loro pervasività che, nel passato, hanno raggiunto risultati inaspettati.
E ora? Ci siamo lasciati convincere da una retorica preistorica: una clava in mano e via!, in testa a tutti quelli che non la pensano come me. Ma non tutto è perduto.

Sopratutto, niente è perduto se pensiamo ad Ulisse. Cos’è che lo fa tornare a casa? La tenacia, la pazienza, la furbizia, l’intuizione, la capacità di inventare soluzioni creative.