Flusso di coscienza

piazza della vergognaPiazza del Municipio, Palermo

1985

Dal freddo delle acque dell’Arno, in parte gelate, con le rive fonde di neve, esce un rivolo d’acqua che scorre con difficoltà. Attraversa ostacoli bassi, cespugli e arbusti di stecchi ghiacciati che scendono verso il ventre di poliziotti assassinati, riversi sull’asfalto. Scomposti manichini osservati da occhi stupiti, per l’ennesima volta, umidi di lacrime ormai esaurite.

 

 

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Si chiamano sindache!

Ora basta. Se scrivo sindaco parlo di un uomo se scrivo sindaca parlo di una donna.

Non c’entra niente la gradevolezza o meno di certe parole, di certi suoni. Che in italiano ci sono parole bruttissime che vengono usate normalmente: accendino, elettrodomestico, commutatore, attrezzo…e poi, queste sono quelle che non piacciono a me. De gustibus…

C’entra l’aderenza di un concetto alla realtà di quello che significa. Ho lavorato per una donna a capo di una importante società pubblica, si firmava il direttore. Non l’ho mai digerito. – Scusa, esiste la parola direttrice, perché non la usiamo? – le dicevo. – Perché mi ricorda la direttrice dei collegi femminili. –

Infatti. Il punto è proprio questo: la corrispondenza fra il valore nominale di una parola e quello sostanziale. Molte donne: in gamba, libere e femministe, dicono e scrivono, – ne ho letto molto da quando Appendino e Raggi sono diventate due sindache importanti -,  che non importa, l’importante è altro, cioè la sostanza. E non si accorgono che, se non cambiano le parole, neanche la sostanza cambia, o, meglio, che tra sostanza e modo di nominarla c’è una relazione biunivoca molto stretta. Modificare le parole poi aiuta a modificare il pensiero e viceversa. Usare il linguaggio sessuato aiuta a far diventare normale una sindaca, una direttora.

Ciò che non si dice non esiste ( parole di Cecilia Robustelli che lavora proprio su questi temi. vedete il link . http://www.accademiadellacrusca.it/it/eventi/giulia-presentazione-guida-donne-grammatica-media perché  )

Non c’è bisogno che scomodi Freud, vero? Che non sono neanche tanto brava. E neanche la Bibbia: in principio era la Parola. Si esiste in quanto si è nominate. Se non si è nominate non si esiste.

E’ poi, e sopratutto credo, anche una questione di status sociale. Ho letto da qualche parte che nessuno si è mai scandalizzato per operaia, maestra, pasticcera ecc.. Infatti..Eppure pasticcere è come ingegnere: perché pasticcera sì e ingegnera no? Forse perché la pasticcera non ha lo stesso status sociale di una ingegnera?

Ora che le professioni un tempo maschili sono esercitate, sempre di più, anche da donne ( e vai di ingegnere e architette) che il potere sempre più passa nelle mani delle donne ( e vai di sindaca, assessora, direttora) è naturale, consequenziale che si modifichi anche il linguaggio. Voglio dire: mi vedo i giornalistoni di Repubblica o la Stampa a dover parlare di Appendino e Raggi nello stesso titolo e trovare, finalmente, strano scrivere “i sindaci”! Si saran guardati e avranno detto: cacchio ma sono donne. Come le dobbiamo chiamare? Sindache le dovete chiamare. Sindache!

Adolescenti e politica un secolo fa

Eravamo ventisei, mi pare, maschi e femmine in numero equilibrato. Eravamo grandi, alcuni già diciottenni col privilegio di firmarsi da soli le giustificazioni, traguardo festeggiato di solito con almeno un giorno di “buco” a scuola per tornare il giorno dopo con la giustificazione firmata di proprio pugno e sancire definitivamente l’ ingresso nell’età adulta.
Erano mattine passate gomito a gomito, maglioni d’ inverno, jeans d’ estate, il caldo dai termosifoni alti, quelli di ghisa, perché la scuola era antica, con i soffitti altissimi e le finestre da collegio sulle alpi svizzere. A differenza delle altre scuole, al classico avevamo il privilegio di entrare in classe appena si arrivava, la mattina, senza dover aspettare fuori al freddo che il bidello aprisse il grosso portone alle otto in punto. Un gruppetto di noi arrivava un po’ prima e entrava subito in classe, il Preside si fidava, eravamo al classico, diamine: tutti bravi ragazzi. Tutti bravi ragazzi, certo, figli di famiglie borghesi, importanti, conservatrici o rivoluzionarie che fossero.

Ricordo la prima assemblea in quarta ginnasio.

Contenta: finalmente si partecipa; interessata: la mia famiglia operaia mi aveva bene addestrato, la politica era di casa, era pane quotidiano da noi. Non ricordo il tema, c’entravano gli operai però! Chi, meglio di me… Presi la parola. Una di quarta era un evento, di solito la legge non scritta affermava che intervenivano pubblicamente in assemblea quelli del liceo, se si faceva ancora il ginnasio si ascoltava in silenzio. Io, invece no, chiedo di parlare e racconto una cosa che mi aveva raccontato mio padre, che mi aveva colpito molto e cioè che nella sua fabbrica gli operai per andare in bagno avevano quindici minuti e non di più e un tizio che li cronometrava.
Si parlava di diritti degli operai, diamine, e a me sembrava che il diritto di stare in bagno quanto era necessario fosse il minimo. Silenzio nell’aula affollata di studenti. Io piccola, ancora più piccola. Nessuno commenta il mio intervento e si riprende da dove si era lasciato.
La sensazione di essere invisibile me la sono tenuta a lungo, la certezza di essere fuori posto, forse, per sempre.

Neppure per mia sorella

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Stamani non riuscivo ad aprire il computer. Mi sono messa a leggere e a finire di schedare un libro molto bello: Il punto cieco, di Javier Cercas. Mi dicevo: accendi il pc, devi scrivere un sacco di roba, di vario genere. Accendilo. Niente. Fino a che non ho letto una frase in quel libro che mi ha dato una scossa. Parlando di intellettuali Cercas dice, tra le varie cose: “ (..) se una volta per tutte (l’intellettuale) si ficcasse bene in testa che la morale precede la politica, e che è impossibile essere un intellettuale onesto senza essere un uomo onesto.(…) e se non scordasse nemmeno per un istante che, nel suo caso, la rettitudine morale dipende dalla sua capacità di riflettere con la massima attenzione, di formulare idee corrette o che a lui sembrino corrette e di agire in accordo con esse e non in accordo con ciò che gli conviene pensare(…).”
Ora, lo so che giro sempre intorno allo stesso tema ( come tutti) ma è questo il punto: non solo per gli intellettuali, che ce l’hanno come obbligo.

Non sono un’intellettuale ma non ho mai rinunciato a riflettere con la massima attenzione e ad agire non come mi conviene ma come mi sembra corretto. Ma, ripeto, prima di agire, se si vuole che il nostro agire sia morale, occorre essere onesti con se stessi: occorre provare formulare idee corrette, o che a noi paiano tali.

Sento ancora l’angoscia nella voce di mia sorella che mi dice, al telefono: “E’ la fine del mondo!” . Rispondo: “Penso di sì, è la fine del mondo per come lo conosciamo, almeno. Magari potremmo, fra molti anni, costruirne uno migliore ma ora siamo nel momento della distruzione “.
Poi penso: non è detto che sia un male questa distruzione di certezze. Facciamo come dice Cercas, ragioniamo: avvenimenti epocali – cioè che avranno conseguenze per molti anni a venire – stanno accadendo. ( E il buon prof. Taliani, sociologia dello sviluppo, ce ne parlava nel 1990). Laddove c’è la guerra, la fame, la carestia, la sperequazione, l’ingiustizia le persone scappano perché sono bombardate, perseguitate, affamate. Cosa c’è di strano?
“ Ok, – dice sempre mia sorella – vieni qua a cercare di stare meglio. Mi sta bene. Ma perché poi ti metti una bomba addosso e ti fai esplodere? “
Forse perché tra i molti che trovano sufficienti motivi di serenità nel nostro mondo ce ne sono alcuni che, per ragioni diverse, questa serenità non la trovano e non la troveranno mai. E allora cercano protezione in una idea forte di identità, che è la cosa più liquida che esista, ma molti non lo sanno. E questi sono presi in mezzo a quei movimenti storici di cui sopra che vedono potenze prima ritenute marginali contendere il dominio sul mondo a potenze da sempre dominanti.
Cosa accadrà di noi? Non lo so. Cambierà il nostro stile di vita. Penso di sì. In peggio anche. Ci sarà meno libertà – cos’è tutto questo parlare di sicurezza? A cosa servono i militari per le strade? Non prevengono atti terroristici e io non mi sento più sicura, mi sento controllata – probabile; ci sarà più sospetto tra “noi” e “loro”, quindi aumenteranno le difficoltà di integrazione. Come effetto positivo prevedo che le persone che attualmente parlano di voler difendere il loro stile di vita, dovranno darsi da fare nel concreto per difenderlo veramente. Ognuno di noi, umile ingranaggio del sistema, dovrà fare scelte personali coraggiose, finalmente.
Ecco perché, in questi tempi, chi cerca facili rassicurazioni non potrà averne. Non da me, neppure se è mia sorella.

Metis: un modo di stare al mondo

Con alcune amiche da un po’ di mesi stiamo riflettendo sul concetto di Metis, conosciuta come “l’intelligenza femminile”. Ma non è roba solo per donne. Vediamo cos’è.

Metis, figlia di Oceano e Teti è la personificazione di alcune virtù che si ritrovano principalmente, anche se non esclusivamente, nelle donne. Metis è la personificazione dell’intelligenza astuta, la capacità di superare gli ostacoli aggirandoli. Più acqua che ferro, più pervasiva che penetrante, più tenace e paziente che forte e prepotente. E’ la madre di Atena che, come il suo animale simbolo, la civetta, vede nel buio: scorge prima, intuisce, come se già sapesse sa dosare le parole e la forza. Non è un caso che l’eroe protetto da Atena, il suo preferito sia il polimorfo Ulisse.
Pensare più a lungo, riflettere sul discorso e sulla relazione, osservare le forze in gioco. Diventare fluidi.
Politropia: volgersi in più direzioni, riuscire ad agire in situazioni complesse n cui è fondamentale tenere insieme le svariate componenti che informano sul contesto. ( Sintesi da articoli di Simona Paravagna e Mauro Pellegrini)

Potrebbe essere, anzi, è un modo di stare al mondo.

Potrebbe essere un modo di fare politica, di risolvere le controversie internazionali. E’ contrapposta alla forza, all’impulsività, alla voglia di vincere annientando l’avversario. Tenacia e pazienza invece che forza e prepotenza. Penso ai movimenti ambientalisti, scomparsi nel nostro paese, e a quelli pacifisti, idem. E’ con tenacia e pazienza, con la loro pervasività che, nel passato, hanno raggiunto risultati inaspettati.
E ora? Ci siamo lasciati convincere da una retorica preistorica: una clava in mano e via!, in testa a tutti quelli che non la pensano come me. Ma non tutto è perduto.

Sopratutto, niente è perduto se pensiamo ad Ulisse. Cos’è che lo fa tornare a casa? La tenacia, la pazienza, la furbizia, l’intuizione, la capacità di inventare soluzioni creative.