Il cesto dei panni sporchi

in un paese di montagna nel sud tre amici fanno il bagno nel fiume cercando di non essere scoperti ma alla fine vengono scoperti

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lavandaie

Tore, Francesco e Michele erano andati a nuotare al fiume anche se era novembre. In quella pozza che l’acqua formava scendendo dalla cima della loro montagna, ci nuotavano meglio che in una piscina, dove comunque non erano mai stati. In paese la prima piscina fu costruita negli anni ottanta, quando Tore era già all’ Università.
Il fiume era tutto quello che avevano e loro andavano a nuotare tutte le volte che potevano, d’estate con, d’ inverno senza, il permesso delle mamme.
Quel pomeriggio si erano dovuti nascondere in fretta, accucciandosi dietro i cespugli sulla riva, per non essere visti dalla mamma di Tore, che arrivava camminando lentamente sul sentiero con la cesta dei panni sporchi in testa.
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Flusso di coscienza

piazza della vergognaPiazza del Municipio, Palermo

1985

Dal freddo delle acque dell’Arno, in parte gelate, con le rive fonde di neve, esce un rivolo d’acqua che scorre con difficoltà. Attraversa ostacoli bassi, cespugli e arbusti di stecchi ghiacciati che scendono verso il ventre di poliziotti assassinati, riversi sull’asfalto. Scomposti manichini osservati da occhi stupiti, per l’ennesima volta, umidi di lacrime ormai esaurite.

 

 

Stereotipi col tamburo

Il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan che suona il tamburo

Scrivere di un senegalese sulla spiaggia col tamburo significa usare uno stereotipo? Lo stereotipo dell’africano col tamburo? Dove vivo io ci sono centinaia di africani sulla spiaggia che vendono oggetti di stile africano –  che siano fatti in Africa mi pare altamente improbabile – che, spesso, hanno tamburi. Hanno anche vestiti tradizionali, o, a volte, portano jeans e maglietta.

Questa è la definizione della Treccani

 stereòtipo agg. e s. m. [dal fr. stéréotype, comp. di stéréo- «stereo-» e –type «-tipo»]. – 1. agg. a. Di stereotipia, realizzato con il procedimento della stereotipia: ristampa s. di un volume; lastre s., le stereotipie, ossia le controimpronte, delle forme di composizione tipografica. b. fig. Impersonale, inespressivo, perché detto o fatto senza partecipazione (meno com. di stereotipato): i soliti discorsi s. da salotto; un sorriso stereotipo. 2. s. m., fig. a. Modello convenzionale di atteggiamento, di discorso e sim.: ragionare per stereotipi. In partic., in psicologia, opinione precostituita, generalizzata e semplicistica, che non si fonda cioè sulla valutazione personale dei singoli casi ma si ripete meccanicamente, su persone o avvenimenti e situazioni (corrisponde al fr. cliché): giudicare, definire per stereotipi; s. individuali, se proprî di individui, s. sociali, se proprî di gruppi sociali. b. In linguistica, locuzione o espressione fissatasi in una determinata forma e ripetuta quindi meccanicamente e banalizzata; luogo comune, frase fatta: parlare per stereotipi, abusare di stereotipi; in partic., sinon. di sintagma cristallizzato (v. sintagma). c. Espressione, motto, detto proverbiale o singola parola nella quale si riflettono pregiudizî e opinioni negative con riferimento a gruppi sociali, etnici o professionali.

Analizziamo la definizione figurata che parla di modello convenzionale di discorso che non si fonda sulla valutazione dei singoli casi ma si ripete meccanicamente. La descrizione del senegalese in questione è la descrizione di un solo senegalese, preciso e specifico, che fa però parte di un folto gruppo che io ho visto e osservato ripetutamente. Non tutti hanno un tamburo, alcuni sì. Il mio sì perché è fondamentale.

Analizziamo la definizione linguistica che parla di una locuzione o espressione fissatasi in una determinata forma e ripetuta meccanicamente e banalizzata. Il mio africano non è descritto come “arriva l’africano col tamburo”. La sua descrizione è molto più complessa e lui ha una funzione nel testo molto precisa, ce l’ha lui, lui specifico e non altri africani che potrebbero comparire in scena.

Analizziamo la definizione che para di singola parola nella quale si riflettono pregiudizi e opinioni relative con riferimento a gruppi etnici. Il mio senegalese col tamburo non rappresenta in termini negativi tutti i senegalesi, o tutti gli africani. Anzi, ha, nel testo una funzione talmente specifica che potrebbe tranquillamente essere svedese o neozelandese. Solo che, sulle spiagge che conosco io, di svedesi o neozelandesi che fanno gli ambulanti non ce ne sono.

Ci ho pensato molto. Secondo me se una espressione è usata come stereotipo o no lo si capisce solo dal contesto, leggendo tutto il pezzo/racconto/descrizione. Mi rendo conto che la questione è complessa e mi farebbe piacere se qualcuno volesse ampliare, correggere, commentare.

Le persone hanno sensibilità diverse, rispetto agli immigrati. Per quanto mi riguarda cerco di non cadere nel tranello dell’antistereotipo ad ogni costo. Che diventa il peggior stereotipo.

Appunti siciliani di un viaggio con i mezzi pubblici

Mi sto documentando riguardo lo sviluppo sostenibile e mi è venuto in mente il viaggio in Sicilia, la scorsa estate. Siamo andati (Riccardo ed io) con l’aereo da Pisa a Trapani e poi abbiamo girato l’isola con i mezzi pubblici. Gli amici, quando parlavamo di questa nostra decisione, si stupivano molto: è opinione comune e assodata che in Sicilia non funzioni niente e quindi bisogni affittare un auto per spostarsi. Prendere un auto in affitto è più comodo forse, certo più veloce, riesci a fare più tappe, visiti più città/paesi/monumenti. Ma non è quello che ci interessa, la velocità. Fare la Sicilia non era il nostro obiettivo. Il nostro obiettivo era visitare la Sicilia, andare a vedere posti di cui avevamo letto o sentito parlare e che ci avevano molto incuriosito.  Quindi abbiamo fatto questo programma:

Arrivo a Trapani da Pisa in aereo poi a Palermo in bus. Visita di Palermo. Di nuovo a Trapani in bus e da Trapani e Favignana in aliscafo. Poi di nuovo a Trapani e da lì ad Erice con la funivia, a Marsala, in treno e a Segesta in autobus.

 Avevo tenuto un taccuino. Ecco l’inizio del viaggio.

01/07/ 2015 Palermo, mattina.

Case romane: sei operai/custodi del comune seduti all’ombra; pochi cartelli di spiegazione, sporchi.

Il palmeto più grande d’europa, bellissimo, vento fresco.

Case con strette finestre ogivali, come in Marocco.

Ieri pomeriggio a Ballarò pareva di stare in certi quartieri brasiliani o africani: solo neri in giro, case fatiscenti.

Riccardo è salito su una torre campanaria, lo aspetto giù-

A me u dici? Ma che te pare? U cirividdu l’aio!

Cena a Piazza Marina

Bevo un sacco e mangio poco, il caldo mi ha tolto il “pititto” ( tanto è impossibile non pensare a Camilleri). Non riesco a mandare via i pensieri che riguardano il lavoro.

Mentre camminava per via Vittorio Emanuele, nel centro cittadino, con palazzi monumentali alti due e tre piani, svoltò per caso a sinistra e vide una foresta di aste beccheggiare al vento. Fu così che si ricordò che a Palermo c’è il mare.”

Sul lungomare dopo il Foro italico, dentro i bastioni, ci sono i caffè. Un cantante bravo , accompagnato da un gruppo più che decente, sta tenendo un concerto sopra il bastione. Noi sotto, seduti su una panchina, mangiando un gelato buonissimo costato 1,80, lo ascoltiamo. Raramente ho visto Riccardo così felice, diventa loquace, più del solito, canta, mi bacia. Vorrebbe stare lì tutta la notte. Io ricambio, lo bacio sulla guancia che mi porge, mi siedo anche sulle sue ginocchia, provocando curiosità in una bambina che passa. Poi mi alzo e do’ 50 centesimi di elemosina ad un barbone lì vicino. Magro, sporco di strati di sporco differenti, con una bici e un carrettino agganciato con sopra di tutto, comprese due grandi piante. Il suo cane dorme sdraiato sull’erba del prato, sotto un cespuglio.

02/07/2015 Palermo, mattina

All’orto botanico sembra di essere nell’ottocento. Alla biglietteria due impiegati litigano, forse parlano solo con molto animo. Gli impiegati nei luoghi turistici ( musei, chiese)  sembrano stare a casa. Nessuno che indossi una divisa o porti almeno un cartellino di riconoscimento. Scopro all’uscita che i due impiegati che litigano sono padre e figlia.

Riccardo si è perso nel giardino, prima o poi riemergerà.

La calma, gli uccelli, gli insetti laddove gli alberi sono più fitti e più presente è l’ acqua, sono elementi di un quadro naturalista di fine ottocento.

Oggi ho camminato tanto, almeno fino alle quattro, sotto un sole pesante. Stasera sono esausta, a malapena sono riuscita ad arrivare al ristorante per cenare.

03/07/2016 Da Palermo a Trapani

da Lezioni americane. La rapidità.

Il simbolismo di un oggetto può essere più o meno esplicito ma esiste sempre. Ptoremmo dire che in una narrazione un oggetto è sempre un oggetto magico”.

Riccardo è andato a comprare i biglietti del bus per Trapani, io lo aspetto in albergo, scrivendo e leggendo.

Dalla porta a vetri dell’atrio, con il pavimento di marmo lucido, si vedono le pareti alte dei palazzi che formano un piccolo cortile, quai di lato. Muri neri, pareti crollate tra macerie segnate dal nastro a strisce bianco e rosso, che sventola al vento. Gattini piccoli e magri che giocano là in mezzo.

C’è anche un terrazzino con vasi di piante grasse forse dimenticate dall’ultimo proprietario, cinquant’anni fa.

A Palermo ci sono le celle dell’inquisizione, a palazzo Chiaromonte-Steri. E c’è una ragazza con occhi verdi ed occhiali, laureata e specializzata, che fa la guida volontaria. Mentre parla, leggendo e traducendo le iscrizioni tracciate dai prigionieri con il nerofumo sulle pareti, si capisce che è appassionata, competente e desiderosa di far capire.

Il viaggio in bus per Trapani è tranquillo, su un bus grande e fresco. Non è difficile viaggiare con i mezzi pubblici, volendo.

E’ più di un’ora che aspettiamo l’aliscafo, sotto un tendone a cinque metri da mare. E’ più di un’ora perché, per la prudenza di Riccardo, siamo partiti con largo anticipo. Comunque l’attesa è riposo, al fresco, ascoltando pezzi di conversazione altrui, in siciliano.

Calvino parla di rapidità.

Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia, in entrambi i casi è ricerca di un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile.”

L’arrivo a Favignana coincide con l’ora della luce d’argento, dei guizzi e dei bagliori sulle increspature del mare che amavo molto da bambina quando si andava a Viareggio. Dopo pranzo facevamo il riposino e quindi arrivavamo al mare dopo le cinque, l’ora del mare argentato appunto, e del sole calante, della luce rasente l’acqua.

La traversata è durata meno di un’ora e non ha avuto senso perché dentro l’aliscafo non si vede il mare e non si sente il vento. Mai più aliscafo.

04/07/2015

Erano vent’anni almeno che non andavo in bici. Siamo partiti per andare verso Lido Burrone ma ci siamo fermati prima, in una piccola caletta scogliosa con il mare verde e blu e scogli smussati, levigati dove non ci si fa male a camminare.

Abbiamo poi ripreso la bici per andare a cercare un po’ d’ombra, che è il nostro primo giorno di sole e non ci sono pini sotto cui ripararsi.

Al tavolino di un bar gestito da romagnoli dove c’è frutta, verdura e molto altro ci siamo riposati e rinfrescati. Abbiamo ripreso le bici per andare in un altra cala dove un altro chiosco sulla scogliera ci ha offerto ombra e ristoro.

Era come essere nell’Odissea, sulla scogliera centinaia di fossili, la collina chiamata Monte Alto davanti a noi con i ruderi del vecchio forte per l’ avvistamento dei saraceni sulla sommità.

Scogli bassi, con fori minuscoli, come spugne.

Adolescenti e politica un secolo fa

Eravamo ventisei, mi pare, maschi e femmine in numero equilibrato. Eravamo grandi, alcuni già diciottenni col privilegio di firmarsi da soli le giustificazioni, traguardo festeggiato di solito con almeno un giorno di “buco” a scuola per tornare il giorno dopo con la giustificazione firmata di proprio pugno e sancire definitivamente l’ ingresso nell’età adulta.
Erano mattine passate gomito a gomito, maglioni d’ inverno, jeans d’ estate, il caldo dai termosifoni alti, quelli di ghisa, perché la scuola era antica, con i soffitti altissimi e le finestre da collegio sulle alpi svizzere. A differenza delle altre scuole, al classico avevamo il privilegio di entrare in classe appena si arrivava, la mattina, senza dover aspettare fuori al freddo che il bidello aprisse il grosso portone alle otto in punto. Un gruppetto di noi arrivava un po’ prima e entrava subito in classe, il Preside si fidava, eravamo al classico, diamine: tutti bravi ragazzi. Tutti bravi ragazzi, certo, figli di famiglie borghesi, importanti, conservatrici o rivoluzionarie che fossero.

Ricordo la prima assemblea in quarta ginnasio.

Contenta: finalmente si partecipa; interessata: la mia famiglia operaia mi aveva bene addestrato, la politica era di casa, era pane quotidiano da noi. Non ricordo il tema, c’entravano gli operai però! Chi, meglio di me… Presi la parola. Una di quarta era un evento, di solito la legge non scritta affermava che intervenivano pubblicamente in assemblea quelli del liceo, se si faceva ancora il ginnasio si ascoltava in silenzio. Io, invece no, chiedo di parlare e racconto una cosa che mi aveva raccontato mio padre, che mi aveva colpito molto e cioè che nella sua fabbrica gli operai per andare in bagno avevano quindici minuti e non di più e un tizio che li cronometrava.
Si parlava di diritti degli operai, diamine, e a me sembrava che il diritto di stare in bagno quanto era necessario fosse il minimo. Silenzio nell’aula affollata di studenti. Io piccola, ancora più piccola. Nessuno commenta il mio intervento e si riprende da dove si era lasciato.
La sensazione di essere invisibile me la sono tenuta a lungo, la certezza di essere fuori posto, forse, per sempre.

La gioia di essere inutile

L’aria a tremila metri era chiara come il vetro e fredda come il ghiaccio dei ghiacciai perenni. Niente inquinamento, non pulviscolo o polveri sottili, si vedeva lontanissimo. Case basse, capanne di fango e foglie, con un buco in mezzo per camino e il pavimento di terra battuta. Non un albero o un filo d’erba per chilometri.

I bambini che lavoravano sui campi ai lati della strada avevano tutti due o tre maglioni, cappellini marroni e neri lavorati a mano e due guance rosse da mangiare, cuperose causata dal freddo e da una dieta ricca di patate e povera di vitamine.

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