Lo stragista che non conosco

Non voglio e non so dire niente sulla strage o tentata strage di Macerata da parte del razzista leghista. Solo che mi dispiace molto per le vittime, vorrei capire chi sono, se si salveranno.

Ho visto le foto dello stragista, non so se questa sia la parola giusta ma, certo, assassino semplice non è. Un assassino semplice è uno che tenta di ammazzare  l’immigrato nero Nome e Cognome perché ha violentato/ucciso la sorella/mamma/nonna ecc… Uno stragista ( ripeto non so se la definizione è giusta) è colui che prende di mira un intero gruppo etnico, cioè persone che non ha mai visto in vita sua, per ragioni ideologiche. Cioè come hanno fatto i vari stragisti mussulmani nelle varie città europee e sopratutto medio orientali fino ad ora.

Mi colpisce la distanza tra me, quello che penso e sono e tutto quello che mi circonda  e la foto e la vita di questo stragista. Mi colpisce il fatto che io quella gente lì nella mia quotidianità non la incontro mai, non la incontro quindi non ci parlo. Facciamo vite completamente separate, non ci scambiamo niente e io mi rinforzo nelle mie idee e lui (loro) si rinforzano nelle loro. Quindi non posso neanche mostrare a questa gente un altro modo di essere e di vedere il mondo. Dice: tanto non cambiano idea. Non so, probabilmente no, ma certo il dialogo a me sembra l’unico modo per aiutare ad approfondire le conoscenze e le convinzioni. Mi riferisco a quando uno non ha già ammazzato o tentato di ammazzare un sacco di persone, mi riferisco alla necessità di smontare il clima d’odio che i partiti di destra hanno sapientemente gonfiato.

Qualcuno dovrebbe poter parlare con questa gente, ascoltarli, capire perché sono convinti che i loro problemi derivino dagli immigrati e non dagli stipendi bassi o il lavoro che non c’è, l’assistenza domiciliare della nonna passata da 12 a 5 ore la settimana e sciocchezze del genere. Ripensandoci, comunque, per ora, in campagna elettorale, non c’è proprio niente da fare. Dopo, forse.

 

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Stereotipi col tamburo

Il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan che suona il tamburo

Scrivere di un senegalese sulla spiaggia col tamburo significa usare uno stereotipo? Lo stereotipo dell’africano col tamburo? Dove vivo io ci sono centinaia di africani sulla spiaggia che vendono oggetti di stile africano –  che siano fatti in Africa mi pare altamente improbabile – che, spesso, hanno tamburi. Hanno anche vestiti tradizionali, o, a volte, portano jeans e maglietta.

Questa è la definizione della Treccani

 stereòtipo agg. e s. m. [dal fr. stéréotype, comp. di stéréo- «stereo-» e –type «-tipo»]. – 1. agg. a. Di stereotipia, realizzato con il procedimento della stereotipia: ristampa s. di un volume; lastre s., le stereotipie, ossia le controimpronte, delle forme di composizione tipografica. b. fig. Impersonale, inespressivo, perché detto o fatto senza partecipazione (meno com. di stereotipato): i soliti discorsi s. da salotto; un sorriso stereotipo. 2. s. m., fig. a. Modello convenzionale di atteggiamento, di discorso e sim.: ragionare per stereotipi. In partic., in psicologia, opinione precostituita, generalizzata e semplicistica, che non si fonda cioè sulla valutazione personale dei singoli casi ma si ripete meccanicamente, su persone o avvenimenti e situazioni (corrisponde al fr. cliché): giudicare, definire per stereotipi; s. individuali, se proprî di individui, s. sociali, se proprî di gruppi sociali. b. In linguistica, locuzione o espressione fissatasi in una determinata forma e ripetuta quindi meccanicamente e banalizzata; luogo comune, frase fatta: parlare per stereotipi, abusare di stereotipi; in partic., sinon. di sintagma cristallizzato (v. sintagma). c. Espressione, motto, detto proverbiale o singola parola nella quale si riflettono pregiudizî e opinioni negative con riferimento a gruppi sociali, etnici o professionali.

Analizziamo la definizione figurata che parla di modello convenzionale di discorso che non si fonda sulla valutazione dei singoli casi ma si ripete meccanicamente. La descrizione del senegalese in questione è la descrizione di un solo senegalese, preciso e specifico, che fa però parte di un folto gruppo che io ho visto e osservato ripetutamente. Non tutti hanno un tamburo, alcuni sì. Il mio sì perché è fondamentale.

Analizziamo la definizione linguistica che parla di una locuzione o espressione fissatasi in una determinata forma e ripetuta meccanicamente e banalizzata. Il mio africano non è descritto come “arriva l’africano col tamburo”. La sua descrizione è molto più complessa e lui ha una funzione nel testo molto precisa, ce l’ha lui, lui specifico e non altri africani che potrebbero comparire in scena.

Analizziamo la definizione che para di singola parola nella quale si riflettono pregiudizi e opinioni relative con riferimento a gruppi etnici. Il mio senegalese col tamburo non rappresenta in termini negativi tutti i senegalesi, o tutti gli africani. Anzi, ha, nel testo una funzione talmente specifica che potrebbe tranquillamente essere svedese o neozelandese. Solo che, sulle spiagge che conosco io, di svedesi o neozelandesi che fanno gli ambulanti non ce ne sono.

Ci ho pensato molto. Secondo me se una espressione è usata come stereotipo o no lo si capisce solo dal contesto, leggendo tutto il pezzo/racconto/descrizione. Mi rendo conto che la questione è complessa e mi farebbe piacere se qualcuno volesse ampliare, correggere, commentare.

Le persone hanno sensibilità diverse, rispetto agli immigrati. Per quanto mi riguarda cerco di non cadere nel tranello dell’antistereotipo ad ogni costo. Che diventa il peggior stereotipo.

Io bambina

Nella foto col grembiule bianco e il fiocco arancio, durante la festa di carnevale in classe, hai, come sempre, lo sguardo un po’ altrove.
“Questa bimba ha la testa fra le nuvole, ha molta fantasia, diceva la maestra”.
Nella mia famiglia di onesti e concreti proletari tutto ciò era sospetto.

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ma, chi ha più bisogno?

Ma quante sono le persone che nel mondo, oggi, vivono sotto la soglia della povertà, scappano da guerre e carestie, fuggono da regimi dittatoriali. Tantissime. Lo vediamo, ogni giorno.

E quante sono le fabbriche che in Italia, in Toscana, chiudono, lasciando senza lavoro e quindi senza reddito i propri dipendenti e impoverendo così larghi strati di popolazione. Tante.

Immagino che ci sia, anzi, sono sicura che c’è chi si chiede? Dobbiamo aiutarli tutti, e, tutti noi?

E chi prima e chi dopo? Quest’ultima soprattutto, è una domanda che si fa un sacco di gente, che pensa di non essere razzista ma lo è.

Non che non sia una buona domanda, ci sono sicuramente situazioni più urgenti di altre, come al pronto soccorso, ci sono i codici rossi, verdi, azzurri e bianchi. Non entra per primo chi per primo è arrivato ma chi sta peggio, chi è maggiormente in pericolo di vita.

Allora, che senso ha mettere foto di profughi col cellulare accanto al classico bambino africano scheletrico e scrivere: ecco? vedete? quel bambino ha bisogno, lui sì che ha bisogno!!

E’ una affermazione razzista, questa è la mia opinione. La risposta alla domanda: chi ha bisogno è: entrambi, ovviamente. E chi entra per primo di decide in base a chi è in pericolo di vita.

Ma non è questo che il razzista in questione voleva sentirsi dire. Sono convinta che il punto sia un altro. A lui/lei, infatti, non torna una cosa: che ci siano persone che provengono da paesi che lui ritiene sottosviluppati che hanno il cellulare, cioè sanno usare la tecnologia. L’immagine del sottosviluppo, infatti, per certe persone è rimasta ferma al bambino con la pancia gonfia. E’ il bambino con la pancia gonfia che rassicura il razzista, con lui si può essere buoni, inviare aiuti, mandare dottori e infermiere, invece, il profugo col cellulare che arriva in Europa minaccia direttamente il nostro benessere, non si accontenta del pugno di riso, vuole partecipare al banchetto. In questo senso il razzista è egoista.

Intendiamoci, non fa piacere a nessuno immaginare che presto ci saranno migliaia di persone a contenderci anche lavori qualificati, perché finché si tratta di raccogliere i pomodori non ci sono problemi, vengano pure. Chi ha figli si pone, giustamente, il problema. Il punto è che questa situazione l’abbiamo creata noi occidentali. Con cinquecento anni di sfruttamento, con il non intervento in guerre disastrose, intervenendo invece quando dovevamo stare a casa nostra. E’ noto ormai che il 20% della popolazione consuma l’ 80% delle risorse del pianeta ( circa). Ciò significa che l’ 80% della popolazione vive con il 20% delle risorse.

Ora, siccome loro sono molti di più e molto più giovani, che cosa volevamo: che morissero di fame, a casa loro, e zitti??!

campo profughi_di_Zaat_ari_territorio_giordano_poco_distante_dalla_citt_di_Mafraq_lungo_il_confine_con_la_Siria