La progettazione sociale –

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Uno dei lavori che ho fatto più spesso nella vita è stato scrivere progetti sociali.
Specifico “sociali” perché, quando si parla di progettazione, ai più vengono in mente architetti e ingegneri, cioè tecnici che costruiscono oggetti. Anche un oggetto sociale è qualcosa che deve essere costruito e per farlo, se si è seri, si parte da un progetto.
Forse è meglio chiarire che cos’è un oggetto sociale, così come lo intendo qua, io. E’ un intervento che viene realizzato in un preciso momento in un preciso contesto per risolvere uno specifico bisogno. E’ qualcosa che spontaneamente non sarebbe mai avvenuto o avrebbe impiegato tempi molto più lunghi.
Vorrei soffermarmi sul concetto di bisogno sociale perché nella mia esperienza, molto spesso, le persone che fanno progetti li fanno perché c’è un bando, quasi – dico quasi-, inventandosi un bisogno lì per lì, proprio perché c’è un ente che finanzia.

Come si fa a vedere un bisogno? Uso volutamente la parola vedere perché spesso i bisogni sociali sono sotto il nostro naso e, semplicemente, non ce ne accorgiamo.
Se vedo i senza dimora dormire d’inverno sotto le logge di una stazione, e magari uno di questi muore per il freddo, immagino che serva qualcosa per farli stare al caldo, dormire in un letto pulito
Ecco questo è un bisogno a cui possiamo rispondere intanto, con un servizio di ostello notturno. Intanto. So che cosa pensano molti dopo aver letto queste poche righe: ma non sarebbe meglio che i senza dimora smettessero di esserlo? Già, sembra ovvio, ma siamo già ad un secondo livello di analisi. Cioè, mi spiego: il bisogno non è più sotto i miei occhi in maniera evidente ( i senza dimora che dormono sotto le logge li vedono tutti) ma è un po’ più nascosto, è dentro i senza fissa dimora, direi dentro ogni senza dimora. Che cosa serve ad ogni individuo senza dimora per smettere di esserlo dipende molto da come è fatto ogni singolo individuo.
E allora per vedere – conoscere – questo bisogno bisogna guardare molto meglio e molto più da vicino.
Se i genitori di bambini piccoli con problemi di salute mentale, ad esempio cerebrolesi o autistici, che si incontrano nelle sale d’aspetto degli ambulatori o degli ospedali si guardano in faccia spauriti e cercano gli uni conferme negli altri: qual è la terapia migliore? Mio figlio migliorerà mai? Dove posso andare? Allora il bisogno di questi genitori è quello di essere informati e rassicurati. E’ un bisogno abbastanza evidente, ma bisogna essere lì, in quelle sale d’attesa, oppure bisogna conoscere bene questi genitori, magari si sono frequentati o c’è un ente pubblico che li ha convocati ad incontri nei quali si chiede loro di dire quali siano i maggiori problemi.
E quale sarà una risposta possibile? Non ce n’è solo una, di risposta giusta. Ce ne sono molte. Si può progettare un servizio di orientamento e informazione efficiente, si può mettere a disposizione un professionista che ascolti le angosce di questi genitori; si può anche realizzare una app sul cellulare per mettere in contatto i genitori tra di loro e con i maggiori centri di ricerca o di cura in modo che possano fare domande e chiarire dubbi in tempo quasi reale e senza mediazioni.
Insomma capito come?
Riassumendo: per progettare un intervento sociale bisogna partire da un bisogno reale, per vedere un bisogno reale bisogna farsi vicini, a volte molto vicini.

Volevo scrivere un post sulla progettazione. Mi rendo conto ora che me ne serviranno una decina.

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