Dovevamo andare alle cinque terre

Con la testa affondata nel cuscino Rosa Maria aveva aperto un occhio, uno solo, e aveva visto che le mani del Topolino sulla sveglia non segnavano ancora le sette. Era presto, meno male, aveva ancora qualche minuto per immaginare.

Era rimasta a letto ferma, con gli occhi aperti e un sorriso sulle labbra. Sua sorella Lucilla dormiva ancora, la vedeva rannicchiata su un fianco col volto verso la parete, come faceva di solito. Lei aveva aspettato in silenzio, quasi immobile, con i pensieri che andavano dove volevano.

Poi alle sette e mezzo Luisa era venuta a svegliarle.

“Forza ragazze, è ora”, aveva detto sorridente, entrando nella stanza. Rosa, già sveglia,saltò su come una molla, mentre a Lucilla servì qualche minuto in più. Andarono in bagno insieme, per fare prima. Luisa non voleva, diceva che non stava bene, che le signorine vanno in bagno una alla volta, ma quella mattina non disse niente.

Alle otto e mezzo erano pronte, sedute sui divani del salotto ad aspettare papà.

“Si parte alle nove”, aveva detto la sera prima. “Prendiamo la barca e facciamo il giro delle Cinque Terre, domani. Siete contente?”.

“Sì”, avevano risposto entrambe.

Indossavano pantaloncini corti, verdi e rosa e avevano ognuna un piccolo zaino dove Luisa aveva messo un sacco di panini e aranciata, coca e anche una bottiglia di acqua, perché al mare bisogna andarci con l’acqua. Erano state loro a chiedere i panini. La barca aveva una cucina e un cuoco: “ Potete chiedere a Victor di cucinarvi qualcosa che vi piace. Perché no?” aveva suggerito Luisa Ma loro l’avevano pregata di fare i panini: tutti vanno al mare coi panini, Luisa, avevano detto, perché noi no?

L’aria chiara del mattino entrava senza ostacoli dalle finestre Rosa Maria e Lucilla chiacchieravano, di cose qualsiasi, per riempire il tempo. Parlavano della scuola, dei dischi, dei cugini, Luca e Armando. Parole per riempire il vuoto, l’attesa.

Erano le dieci quando Luisa si presentò per dire che il loro padre sarebbe arrivato presto.

Ecco, allora si va davvero, pensò Rosa Maria.

L’avvocato Poletti arrivò ma non dalla sua camera al piano superiore, entrò dalla porta d’ ingresso, la giacca da smoking infilata solo su una spalla e una signora alta, sottile e bruna vestita con un lungo abito scintillante di colore verde scuro, attaccata ad un braccio.

“Ah eccovi. Siete già pronte?”, chiese.

“E’ due ore che siamo pronte”, rispose Rosa Maria.

Suo padre la guardò. “Vado a fare la doccia e poi si scende in spiaggia, giù, alla caletta”, disse.

“Avevi detto che ci portavi alle Cinque Terre”, sempre lei. “Non c’è gusto ad andare alla caletta, ci andiamo tutti i giorni. Anche senza di te”.

“Ormai è tardi. Se ti va vieni alla spiaggia, sennò fai come ti pare”.

“Vacci tu alla spiaggia”.

Lucilla nel frattempo era rimasta seduta e in silenzio. Rosa Maria la sentiva piangere sommessamente ma non la guardava in faccia, non voleva vedere le lacrime che scorrevano.

Poi: “E smetti di piangere scema”, strillò, quella cretina non si calmava! “Che gli dai anche soddisfazione ”.

Il loro padre era sparito già, su per le scale. Quella ragazza magra col vestito verde si era seduta sulla poltrona nell’ingresso e lì si era addormentata.

“Voglio andare al mare”, piagnucolò Lucilla.

“Io oggi al mare non ci vado nemmeno morta. Oggi studio”.

“ Ma io non ho voglia di studiare. E’ estate, voglio andare al mare. Se tu studi io rimango sola con papà”.

“ Chiama Luca. Fai venire Luisa”, rispose Rosa Maria, iniziando a salire le scale.

“ Ma dove vai ?, le gridò dietro Lucilla. “Devi venire ! ”, poi aggiunse più piano: “senza di te non mi diverto ”.

Nessuno le rispose. Solo lo colpo secco della porta della loro camera sbattuta e lo scroscio dell’acqua della doccia nella camera di papà. Subito dopo si sentì canticchiare.