La barba di Abdul

Esercizio proposto da Barbara Idda, per provare a mettersi nei panni degli “altri”.

Il racconto nasce dall’osservazione di una fotografia che ritraeva l’interno di una moschea ed è una mia libera interpretazione.

Il Signore è grande, lui è la mia forza. Il Signore è grande, lui è la mia unica salvezza. Il Signore è grande, lui mi indica la strada.

Non potrò mai più camminare da solo; mai più, Signore, potrò fare a meno della tua guida. Ora so cose di me che non avevo mai neppure sospettato. Prima che Abdul venisse a vivere nella casa accanto, prima di posare il mio sguardo su di lui, la mia vita era un fiume tranquillo, prossimo a sfociare nell’oceano degli occhi di Amina.

Il Signore deve guidare tutti i miei pensieri, ora, non potrò più farlo da solo.

Non posso annullare il matrimonio con la mia promessa senza mettere in pericolo la mia famiglia. Non voglio mettermi fuori dal recinto, dove non c’è protezione né salvezza per la mia anima e, sopratutto, per il mio corpo.

Pure, l’odore della barba di Abdul, così familiare e così estraneo, mi confonde le idee e cancella qualsiasi sentimento abbia fino ad ora trovato dimora dentro me.

Mai avrei pensato di deviare dalla retta via. Accetto te Signore come mia unica guida e scelgo i fedeli di questa moschea come fratelli adottivi, i soli tra cui voglio stare, fratelli nella fede, mi custodiranno e proteggeranno.

L’amore di Amina, la mia futura sposa, non potrà bastare a darmi la salvezza, non basterà a spegnere la fiamma che si è accesa quando ho posato per la prima volta i miei occhi su Abdul. Ho bisogno della forza e delle preghiere di tutti loro, non posso vivere senza la loro approvazione. Non posso vivere senza questa Moschea, dove ogni settimana incontro il mio amato, che posso guardare, con cui posso parlare, che posso sfiorare, quando, come ora, mi siede così vicino.

Il Signore è grande, in lui mi rifugio, a lui offro la mia vita e quella dei miei cari, che li protegga in questi tempi di grande confusione.

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