Il paradiso terrestre

Chagalleden

 

Quello che più di tutto non sopportavo era l’ignoranza.
Avevamo tutto, potevamo fare tutto, non esisteva fatica e preoccupazione però non sapevamo niente.
Trascorrevamo il tempo in tranquillità, a volte sdraiati a letto o su poltrone, oppure seduti su tappeti morbidi, dal pelo folto. Altre volte ci scrollavamo di dosso il torpore e iniziavamo ad andare per il mondo, scorrazzando a nostro piacimento.
Non mi sentivo sola, affatto. Tutto ciò che vedevo, fino dove potevo vedere era tutto a mia disposizione. Potevo usare qualsiasi cosa. Fare tutto.
A volte, col mio uomo ne parlavamo, di questa meravigliosa libertà che ci aveva concesso nostro padre. Sì, il mio uomo era anche mio fratello ma allora non badavamo a queste cose.
Facile era facile. Nostro padre faceva arrivare cibo in abbondanza. Ed era sempre buonissimo. Né il mio uomo e neppure io sapevamo i nomi di ciò che mangiavamo, anzi, all’epoca non sapevamo neppure che ciò che mangiavamo avesse un nome. Ci alzavamo dai tappeti, o dai materassi, percorrevamo i corridoi, scendevamo le scalinate ed entravamo nelle cucine per cibarci, ogni volta che ci veniva fame e, ogni volta, sul tavolo c’era tutto quello che potevamo volere.
Per giorni passeggiavamo nei cortili verdi e pieni di fiori, sentivamo cantare uccelli di cui non conoscevamo niente.
Mi facevo mille domande ma non ottenevo nessuna risposta. Poi, una mattina ci prendeva la voglia di esplorare e, allora, ci mettevamo in cerca di qualsiasi cosa, entrando in tutte le stanze, mai le stesse, e trovavamo oggetti bellissimi, tanti oggetti meravigliosi, appoggiati ovunque: in terra, su altri oggetti, alle mura, appesi ai soffitti. Facevamo interminabili gare a chi trovava la cosa più strana o più bella. Poi cercavamo di indovinare se l’oggetto bello che aveva vinto la gara potesse anche servire a fare qualcosa e cosa.
Immaginavamo: tutto quello che potevamo fare era immaginare.
All’inizio del mio risveglio, quando, senza averlo chiesto, mi ero ritrovata al mondo e mio fratello mi aveva mostrato la cicatrice spiegandomi come ero stata creata, passavamo tutto il tempo, sdraiati a dormire e a mangiare. Mi ero fatta raccontare cento volte di come nostro padre l’aveva operato facendo in modo che non soffrisse. Di come gli aveva tolto un pezzo e aveva creato me. Il mio uomo era molto fiero di essere stato lui a volermi, a chiedere insistentemente a nostro padre una compagnia. Si annoiava troppo. Con la mia creazione aveva raggiungo il suo scopo, diceva, non si annoiava più, ammetteva.
Io non sapevo che cosa provavo. Le parole per i sentimenti non erano ancora state inventate. La mia creazione era avvenuta. Punto. Da lì si partiva e, poichè esistevo, ero decisa a vivere.
Prima di essere creata il mio uomo non sapeva di essere “io”: era solo il figlio di suo padre. Ecco che, quando aprii gli occhi gli feci un gran regalo – o forse no.
La nostra situazione ora, è completamente cambiata, in peggio, dice lui. Non so. A me non dispiace.
Comunque devo ammettere che, all’epoca, tutto era molto, troppo, semplice. E quello che noi chiamavamo mondo, tutto quello che potevamo vedere, a perdita d’occhio, era niente.
Ecco perché non mi sono pentita, di aver fatto ciò che ho fatto.
Una certa mattina nostro padre ci disse che nel mondo c’era un albero che non si poteva toccare. Non mi offesi, dopo tutto, ero stata creata. Ciò mi bastava.
Ci disse che si chiamava albero, quella cosa fatta di molti ripiani, dentro la quale erano custoditi moltissimi, – non sapevo contare all’epoca – migliaia, miliardi, direi ora, di oggetti rettangolari, composti da molti fogli bianchi ma tutti coperti di segni.
Va bene, quest’albero era carino ma c’erano oggetti molto più belli, strani, scintillanti nel nostro mondo. Non era molto interessante. E poi, un piccolo sacrificio per mio padre potevo pure farlo, no?
Se non fosse stato per Serpente, quell’albero non l’avrei più neppure cercato. Meno male che c’era lui.
“Quello – mi disse – è l’albero della conoscenza”.
Sapeva qual era il mio debole.
“La conoscenza?-, chiesi. “Come, sapere i nomi delle cose e i perché?”
“Esatto”.
E’ difficile spiegare, ora che è accaduto tutto, che cosa provai allora. Provai un sentimento, il mio primo sentimento. Provai desiderio.

Non sapevo come si chiamava, ma era un desiderio intenso che mi spinse ad avvicinarmi all’albero e a prendere in mano uno di quegli oggetti pieni di fogli. Serpente mi si era accostato, sentivo il suo alito sul volto. Aprii l’oggetto, ora so che era un libro, e iniziai a leggere. Subito rimasi sconvolta, un pensiero mi riempì: perché mio padre non voleva che non toccassi l’albero? So usare questo oggetto, so leggere: se so leggere perché non posso farlo?
Sentii Serpente che si voltava. “ E’ arrivato tuo padre”, disse. C’era anche mio fratello insieme a lui.
“Venite -, disse mio padre con aria triste. – Non potete più stare qui”.
Per quanto insensate mi sembrassero quelle sue parole mi riempirono di felicità. Ci accompagnò in una parte di mondo che avevamo esplorato poco, si chiamava porta.
L’aprì e la richiuse alle nostre spalle.
Fuori, ecco sì, fuori c’era tutto.

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3 thoughts on “Il paradiso terrestre”

  1. Un inizio affascinante che sembra l’incipit di una vera autobiografia. In seguito la vicenda scopre le sue carte e la metafora biblica si rivela. Qualche ingegnoso escamotage (l’albero della conoscenza visto come la fantastica biblioteca di Babele) rende il racconto stuzzicante, ma si rimane con il desiderio di sapere di più di quella bambina e del suo uomo/fratello intenti a scoprire il mondo.

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