Io, bambina

Nella foto col grembiule bianco e il fiocco arancio, durante la festa di carnevale in classe, hai, come sempre, lo sguardo un po’ altrove.
“Questa bimba ha la testa fra le nuvole, ha molta fantasia, diceva la maestra”.
Nella mia famiglia di onesti e concreti proletari tutto ciò era sospetto.
Regolarmente nonno Omero bruciava le foglie, i rami vecchi e gli altri sfalci dell’orto. Durante uno di quei falò componesti un verso “sono la figlia del vento e del fuoco”. A te piaceva stare in mezzo al fumo, farti avvolgere, nascondere. Canticchiavi il tuo verso passeggiando in bilico sul muretto: da una parte l’asfalto del cortile, dall’altra l’orto, con i cavoli e le cipolle di nonno.
Ci sono stati periodi nella mia vita in cui sono stata molto visibile, come quella volta che, subito dopo i fatti di piazza Tien An Men, mi sono messa a capo del cortei degli studenti, a Pisa, con tanto di sit in e slogan urlati al megafono. Poi, in altri momenti, sono tornata a nascondermi nel fumo. E alla fine, credo proprio di preferire il fumo. Non per timidezza, non sono mai stata timida. E’ che stare nell’ombra dà la libertà di fare di testa propria, anche di non fare, se non se ne ha voglia.
Stare in ultima fila ti concede il lusso di non essere all’altezza perché nessuno ti nota. Sei libera da responsabilità. E questa non è male come conquista, per una cresciuta con l’imperativo della responsabilità.
E ora, quando fai qualcosa di approssimato – “a proposito”, dice Riccardo l’altra settimana, “io e te dobbiamo al più presto parlare di approssimazione” – non puoi fare a meno di ricordare i lavorini in classe, quelli per la festa della mamma, del babbo e per qualsiasi festa nazionale da onorare tramite la produzione di manufatti. I tuoi erano sempre i più sbilenchi, mal colorati, non incartati. E mamma si1 incavolava – sei l’ unica a portare a casa questi sgorbi! E perché? Perché ti eri dimenticata il das/lacolla/le forbicine/lastoffa/i corallini, qualsiasi cosa.
E’ vero dimenticavo qualsiasi cosa la maestra avesse, con molto anticipo, chiesto di procurare. Alla fine qualche compagna si muoveva a compassione: chi mi prestava un pezzo di pongo, chi due lustrini, alla fine della fiera un lavoretto lo facevo anch’io. Ma mica era un bel lavoro, era approssimato.

All’epoca non riuscivi mai a spiegare che non lo avevi assolutamente fatto apposta.

Quanto ci ho lavorato, su questa cosa del dimenticare, mi sembra di aver passato metà della vita a lavorare su me stessa e metà a convincermi che -, che palle! – sono fatta così, punto e basta.
Eri tagliata per fare la girovaga, la hippy: chitarra in spalla e via. Se non fossi nata in una solida famiglia della classe operaia, comunista per di più, avresti forse avuto più fortuna nel seguire la tua aspirazione al nomadismo, alla vita senza regole.
Non fu possibile.
C’eri tu, che a quindici anni non eri sicura della tua vocazione e c’era tua madre che invece era sicurissima che il tuo destino non fosse quello.
Non è difficile immaginare chi vinse. 2
Nei primi anni del liceo, un liceo classico vecchio stampo, ti mancava l’aria, sei stata spesso sul punto di soffocare. Poi ti sei adattata, ci si adatta sempre.

Mi ricordo serena, sicura, interessata a un sacco di cose.
No, non c’è molta distanza tra me e te. Ma i ricordi, si sa, non è detto che dicano la verità. Se mentono, però, è difficile dire come.

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