La fiaccola dell’anarchia

Mi farebbe molto piacere, e mi sarebbe utile che chi legge questo post mi dicesse che cosa ne pensa. Potrebbe essere uno spunto per un romanzo.

Se le parole fossero pietre, pensava Fiorenzo mentre scriveva, le userei meglio, con più cautela. Ma le parole non sono pietre e, comunque, io non sono pacifista, né pacifico.
“ Gli anarchici della lunigiana sono unanimi nell’affermare che il principio di autorità sul quale si basano le istituzioni odierne è la causa fondamentale di tutti i mali sociali, ed è perciò che essi restano oggi, domani e sempre i nemici irriducibili dell’autorità politica: lo Stato, dell’autorità economica: il Capitale, dell’autorità morale e intellettuale: la Religione e la Morale ufficiale.”
Questo, intanto.
Ma le parole che avrebbero seguito non erano lontane nel suo cervello, bastava solo qualche altro minuto, un po’ di calma e avrebbe finito velocemente il documento. Poi c’era da fare le copie e domenica, dopo la messa, d’accordo col suo amico Lionello, le avrebbero lanciate dall’alto del campanile del duomo di Massa.
Bevve l’acqua dal bicchiere che aveva davanti e finì di scrivere.
Non era che un’azione dimostrativa quella di domenica, segreta, certo, ma niente di pericoloso. Loro però erano convinti che servissero anche quelle, ora che il mondo era in subbuglio e c’era in giro un’agitazione mondiale. Forse si poteva sperare di influire sui destini dell’umanità, dei popoli; forse si poteva convincere la gente a smettere di credere nelle vecchie idee, negli uomini forti, ma anche nelle nuove idee, la democrazia, che era ugualmente e completamente inutile. Soprattutto, ora si poteva osare un’azione del genere, per quanto comunque pericolosa, senza timore dei fascisti.
Fiorenzo si alzò dalla sedia, facendola scricchiolare. Nel silenzio della notte certi rumori secchi sono particolarmente sonori, speriamo di non aver svegliato mamma, pensò. Erano le due, la mattina dopo, comunque, lui doveva andare a scuola, era meglio provare a dormire.
Salì le scale al buio e si buttò vestito sul lettino che era sistemato sul pianerottolo fra la camera di sua madre e quella di suo fratello, cognata e figli. Sentiva Alessandro che russava, il respiro rumoroso di sinusite di Giovannino. Erano in cinque a dormire in quella stanza. Cinque cristiani. E lui sul pianerottolo.
Suo fratello Alessandro faceva il muratore, si alzava presto, alle cinque, per essere alle sei al cantiere. Gli diceva sempre che lui era fortunato, la scuola inizia alle otto, non era costretto a levarsi nel cuore della notte.
Di sicuro Fiorenzo era fortunato, lo sapeva. Ma non era solo per il fatto di non fare levatacce. E quanto a freddo, d’inverno a stare fermo in classe si gelava quasi come essere fuori, i suoi alunni portavano a turno il carbone per la stufa e molti si portavano anche uno scaldino che tenevano acceso sotto il banco. Ma no, la sua fortuna era poter leggere, anzi, dover leggere, per professione e dover, anzi no, poter insegnare, per professione.
Forgiare la mente dei cittadini di domani: questo era quello che veramente gli interessava.
E amava molto i suoi alunni, tanto più che sapeva che non ne avrebbe mai avuto bambini suoi, perché la causa, la causa dell’anarchia solamente era la sua vita.

Fiorenzo Catelani, quando camminava per strada, era uno che le ragazze lo guardavano. Quelle che lo conoscevano, che sapevano chi era e come la pensava aggiungevano sottovoce “peccato”. Era un peccato che un ragazzo come lui, un bel ragazzo alto e snello, robusto perché aveva spesso fatto da manovale al padre e poi al fratello portando i paioli di calcina in cima alle impalcature, con una gran capigliatura nera come la notte, maestro di scuola, avesse quelle idee blasfeme e anarchiche e dicesse con tranquillità che non si sarebbe mai sposato.
Che peccato, mormoravano le più spigliate.
Le spigliatissime avevano provato a fargli cambiare idea, senza riuscirci. Tutto quello che avevano rimediato erano baci insolenti e mani addosso appoggiate a qualche muro, senza riuscire a trasformare quegli incontri ansimanti in qualcosa di più tranquillo e duraturo. Sei bella, mi piaci, diceva lui. Ma non ti vorrai mica sposare? E quelle, che certo che si volevano sposare, rispondevano balbettando: perché no? Perché io ho da fare, non ho tempo per moglie e figli. E di ragazzini mi bastano quelli a scuola.
Sicché era un bel po’ che nessuna si faceva avanti e Fiorenzo un po’ iniziava a patire il digiuno. Le professioniste non erano per lui, le compativa, erano anche loro vittime del sistema, non avrebbe mai approfittato.
In quelle settimane di inizio inverno c’era solamente la politica e la scuola.
Aveva una classe nuova, una terza elementare femminile. Erano carine le bambine, col fiocco, e ce n’erano alcune intelligenti. C’era una bambina, Teresa, di famiglia benestante, che veniva a scuola sempre tutta pulita e precisa e lo ascoltava a bocca aperta per tutto il tempo. La faceva spesso leggere a voce alta, era brava a leggere e aveva un modo di pronunciare le parole, sicura, senza timidezze, che gli piaceva molto. Delle bambine, infatti, erano le timidezze vere o false, i rossori improvvisi, la scena muta di fronte a domande facili per eccesso di pudore le cose che odiava di più. Dei maschietti le mascalzonate, gli scherzi vigliacchi fatti ai più piccoli e deboli le azioni che puniva più duramente.
Era sempre così, in ogni classe c’era un bambino che catturava totalmente la sua attenzione, e cercava di immaginarselo già grande, che mestiere avrebbe fatto, si sarebbe sposato, sarebbe stato un uomo consapevole oppure gli sarebbe bastato il quartino di vino la sera, come a tanti.
Ecco il suo compito, la missione che si era dato era questa: far crescere uomini consapevoli. E donne, ora che aveva conosciuto Teresa.

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