La gabbia dei matti

Gabbia de' matti è il mondo. Tommaso Campanella
Gabbia de’ matti è il mondo. Tommaso Campanella

Serena lavora nella Gabbia dei Matti.

Nella gabbia dei matti ci lavoriamo tutti, si dirà.

Ok, si è vero, ma Serena lavora nella Gabbia dei Matti che di lavoro fanno quelli che aiutano i matti. A mio modesto avviso, c’è un po’ di differenza.

I matti della Prima specie, diciamo così, hanno a volte camici bianchi, orari di lavoro estenuanti, scambiano chiacchiere alla macchinetta del caffè e stipendi piuttosto interessanti a fine mese.

I matti della Seconda specie non portano camici ma vestiti dai colori sempre poco azzeccati, hanno pance traballanti, adorano sigarette e caffè, devono attenersi strettamente alle regole e non ricevono stipendio da nessuno.

I primi hanno un vita al di fuori della gabbia dei matti: case, qualcuno una villa, viaggi, vacanze fighe o alternative a seconda delle preferenze, figli che fanno l’ università, amanti, mogli, mariti.

Anche i secondi hanno una vita al di fuori della gabbia dei matti: case, famiglie scombussolate, genitori vecchi e tristi, mai un amante, raramente una moglie e un marito. Non esiste gerarchia tra di loro, solamente quella ispirata dalla simpatia e dall’amore.

I primi, invece, hanno gerarchie rigide. Il capo è il capo, è più importante, intelligente e comanda più di tutti gli altri. Le simpatie vanno in base alla gerarchia: il capo sta simpatico a tutti, la vice, quasi e via e via…

E’ successo l’altro giorno che una matta della Prima specie, non stando tanto bene, in un attimo, pof! è diventata della Seconda specie. Serena, che era presente all’avvenimento, è rimasta piuttosto colpita, così come i matti della Seconda specie presenti, quelli regolamentari, che di solito non amano i cambiamenti.

Subito il Capo è arrivato e, da capo, ha preso in mano la situazione. Ha portato la matta dissidente nella sua stanza dove, con i vecchi ferri del mestiere, è riuscito a farla finalmente smettere di urlare; l’ha fatta sdraiare sul lettino, sempre pronto per le emergenze, e le è rimasto accanto per un bel po’; in oltre, fino a quando lei non si è addormentata lui le ha tenuto la mano, secondo le regole.

Secondo le regole un corno!, pensa Serena.

Il Capo è conosciuto per essere un animale a sangue freddo, mai tenne tra le sue, le mani di chicchessia, almeno non mentre era in servizio nella Gabbia.

Tra i matti della Prima e della Seconda specie serpeggia lo sgomento. Cosa starà accadendo?

Alla vista del Capo che compiva quel gesto la vice, forse presa dal panico, si siede su una sedia e inizia a piangere come una fontana. La matta della Secondo specie Adelina, che come tutti gli altri stava osservando muta quella scena strana, le si avvicina e le posa una mano grassoccia sulla spalla, dove la tiene ferma per un po’, mentre la piangente continua a piangere. Poi lentamente la mano si posa sui capelli accarezzandoli poco, quasi da ferma.

Tra i matti del Primo tipo – quelli coi camici – si propaga velocemente uno strano fenomeno: come se una squadra di massaggiatori fantasma si fosse improvvisamente messa all’opera. Spalle contratte si distendono, schiene accartocciate si allungano, muscoli doloranti sono benedetti dal sollievo.

Tra loro molti hanno un dolore in tasca, ben nascosto, incartato in carta da pacchi doppia e spessa del tipo regolamentare, fornito dall’Ufficio Logistica e Sollievo della Gabbia. Una carta che doveva servire ad alleggerirli dei dolori personali, per essere in grado di prendere in carico quelli altrui ma che, col tempo, ha inghiottito così bene il contenuto che molti di loro non ricordano neppure più che cosa vi abbiano incartato.

E, improvvisamente, nel corridoio è tutto uno scartare, sembra di essere a Natale per quanta carta, ridendo, i matti della Prima specie buttano allegramente dappertutto, aiutati, in questo dai matti della Seconda specie che una festa del genere l’avevano prevista da tempo.

Ma nella Gabbia dei matti se Prima e Seconda specie iniziano tutti contemporaneamente a scartare i propri dolori, a mettere in bella mostra le ferite, diventa impossibile anche solo entrarci, figuriamoci lavorarci.

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