La medaglietta del Sacro Cuore

BoliviaTiticacaL’aria a tremila metri era chiara come il vetro e fredda come il ghiaccio dei ghiacciai perenni. Niente inquinamento, non pulviscolo o polveri sottili: si vedeva lontanissimo. Case basse, capanne di fango e foglie, con un buco in mezzo per camino e il pavimento di terra battuta. Non un albero o un filo d’erba per chilometri.

I bambini al lavoro sui campi ai lati della strada avevano tutti due o tre maglioni, cappellini marroni e neri lavorati a mano e le guance rosse di cuperose, causata dal freddo e da una dieta ricca di patate e povera di vitamine.

Salimmo e scendemmo verso il lago di cui, davvero, non si vedono i confini e sembra il mare. Lo scintillio della luce sulla superficie dell’acqua aumentava il riverbero di quel sole bianco, il blu intenso indicava la profondità delle acque dolci più alte del mondo.

Per passare in Perù dovevo prendere il traghetto. In coda per il biglietto dietro a due americani equipaggiati di tutto punto, sentivo l’odore dolce delle cipolle – la Bolivia sa di cipolle. Avevo fame ma quell’odore mi nauseava e mi impedì di entrare in una specie di mensa, lì accanto alla biglietteria.

Aspettai il traghetto su di una panchina davanti a un ragazzino che stava pescando. Non gli detti i soldi che voleva per farsi fotografare e così non ho la sua foto ma una immaginetta del Sacro Cuore, che mi vendette, di quelle con la spillina che se la metti attaccata alla canottiera, sotto il maglione, sarai al sicuro da ogni difficoltà della vita.

Il ragazzino cercava il fondo del lago pieno di pesci, senza tesori.

Ero là in cima al mondo, avendo percorso migliaia di chilometri con la precisa intenzione di confondermi il più possibile, di apparire sbiadita, senza contorni, forse trasparente in quel luogo primordiale che bastava a se stesso e non aveva bisogno degli americani con le giacche tecniche arancione e verde, e nemmeno di me col mio piumino blu.

 

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