La strega

Una foto dal film Gostanza da Libbiano
Una foto dal film Gostanza da Libbiano Di Paolo Benvenuti con Lucia Poli

Ho scritto questo racconto cinque o sei anni fa.

Liberamente tratto dalla storia di Gostanza da Libbiano.

La strega

In silenzio, seduta sulla panca, lo sguardo fisso al pavimento di terra, Gostanza mangiava pane e rabbia, inghiottendo i singhiozzi insieme ai pezzi di cipolle. Era tornata dal campo sotto l’acquazzone, arrivando fradicia e marcita di rancore e risentimento.

Ti do due soldi a giornata -, aveva promesso il padrone e invece, siccome era iniziato a piovere dopo pranzo, le aveva messo in mano solo un soldo e quando lei lo aveva guardato cattiva, lui: – Cosa guardi? Non ti azzardare sai! – Ti guardo.Ti guardo quanto mi pare, pensò Gostanza.

Arrivata a casa accese il fuoco con le ultime legna asciutte, era troppo arrabbiata per cenare al freddo. Non era la prima volta che le succedeva: stabilivano una cifra e gliene davano metà con una scusa qualsiasi.

Era perché non aveva un uomo e senza un uomo nessuno la rispettava. In paese la osservavano con sospetto: era sola, non aveva figli, non aveva accettato di prendere per marito quel vecchio ubriacone che il prete le aveva portato a casa. Devi fare un’opera buona, le disse. Opera buona un corno! Le uniche opere buone che voleva fare, da ora in poi, erano per se stessa.

Tutte le volte che ci pensava la rabbia montava un po’ più alta. Era un’ ingiustizia, appena sopportabile perché doveva mangiare, perché non poteva fare in un altro modo,. Trovarsi nella trappola del topo era brutto, lo avrebbe fatto provare volentieri a tutti quei signori, maschi dal membro sempre pronto, come si sta a doverlo prendere nel culo senza fiatare ogni volta che a loro girava.

– Gostanza, ci sei? –

Tocchi leggeri alla porta e una voce sibilata la fecero trasalire. Si avvicinò alla porta.

– Chi è?-

– Letizia, di Fabbrica -.

Letizia di Fabbrica, la tessitrice di Fabbrica di Peccioli, a quell’ora a casa sua. Era successo qualcosa di grave. Aprì la porta e la fece entrare. Le due donne avevano entrambe superato l’età della giovinezza ma Letizia aveva ancora un marito che lavorava sodo e non la picchiava. La differenza era evidente agli occhi di Gostanza che si sentì umiliata, lei che non si pettinava più e non si cambiava vestito da due mesi.

Letizia era bagnata ma le lacrime che aveva sul viso si distinguevano tra le gocce di pioggia. Si avvicinò a Gostanza e l’abbracciò, poi cadde sulla sedia.

– Mi devi aiutare, vieni subito a casa, Federico mio sta male, ha la febbre da una settimana -.

Con le mani si copriva la faccia, quasi volesse far sparire la malattia del figlio semplicemente chiudendo gli occhi.

– Ma perché sei venuta tu? Potevi mandare Antonio, o uno dei figli grandi -.

– Antonio è fuori, ad una fiera. E non voglio che si ammali qualcun altro dei figli. Sono disperata non so come fare con Federico, mia madre ha provato con i decotti, abbiamo pregato tanto, ma non serve. Devi venire tu, ti prego -.

Gostanza conosceva Federico, il figlio più piccolo di Letizia, lo aveva osservato spesso, di nascosto senza farsi vedere, quelle domeniche che andava alla Messa. Era bello, allegro, biondo e paffuto. Era felice, sereno e amava giocare con tutti.

– Bisogna aspettare domattina, che smetta di piovere, sennò ci ammaliamo anche noi -, rispose Gostanza, sedendosi di nuovo a tavola a finire di mangiare la sua cena mentre Letizia si calmava piano piano.

Gostanza, vieni abbiamo bisogno di te, c’era sempre una donna che la chiamava per chiederle aiuto. E lei andava sempre, camminava a giornate intere per andare a portare conforto a un vecchio, a un moribondo, a far partorire una contadina. Conosceva tutte le erbe e tutte le loro proprietà, le aveva imparate dalla sua mamma che l’aveva imparate dal padre, che era un prete e aveva studiato.

Andava a curare i malati perché bisognava, e si sentiva utile a qualcuno. Curava le ferite e il dolore della gente. Anche quello di Letizia che era come una persona in più in quella stanza. Di quel tipo di dolore Gostanza aveva paura, mentre non aveva nessuna paura dei piccoli e dei grandi dolori del corpo e dell’anima e nemmeno di quelli giganteschi che erano il frutto degli egoismi degli uomini.

La mattina dopo, col sole appena alto, si misero in cammino, in silenzio, un pezzo di pane in tasca Gostanza, niente per Letizia che aveva smesso di piangere e nella testa aveva solo il suo bambino.

Arrivate al bivio di Ghizzano, c’erano molti contadini che stavano lavorando il campo del Vescovo. Le ossrvarono passare e poi si guardarono in silenzio.  Gostanza si mise subito sulla difensiva. Nel silenzio della campagna sentiva distintamente i bisbigli degli uomini che lavoravano più vicini. Allungò il passo, voleva raggiungere al più presto la curva che le avrebbe fatte sparire dalla vista di quei lavoranti. Al suo accelerare Letizia rimase indietro di qualche passo.

Dal campo la voce le disse: – Allora sei tu la strega eh? –. Testa bassa e passo veloce Gostanza non rispose. Letizia la guardò, incuriosita.

– Si, dico a te, sei proprio te -, continuò quella voce dal centro del campo.

– Fermati – , fece Letizia, – Cosa dice quell’ uomo? –

– Che ne so? -. Non lo sapeva e non lo voleva sapere. Quando qualcuno le rivolgeva la parola, a lei non veniva mai niente di buono.

– Lo sai che il padrone è morto stanotte? Lo sai no? -, la voce non la lasciava in pace.

Gostanza alzò la testa per guardare l’ uomo che parlava. Il padrone era morto? Non ci credeva.

– Ah, mi guardi, allora sei stata davvero tu! Gli hai fatto una stregoneria per farlo morire soffocato -, urlò un contadino alto e moro. Gostanza lo riconobbe, era quello che una mattina di qualche settimana prima le aveva azzannato un seno facendole uscire il sangue e che lei aveva ricambiato tagliandogli un dito di netto col falcetto.

Gostanza pensava solo è morto, è morto. Era contenta, non voleva mostrarlo ma Letizia se ne accorse.

– Sembri contenta -, disse. – Forse hanno ragione loro. Magari sei proprio stata tu -.

– No. Ieri sera eravamo insieme a casa mia o te lo sei già scordata? -. Gostanza sapeva che doveva reagire.

– Si ma potresti avergli fatto un sortilegio prima che io arrivassi -. Letizia si era convinta ormai, i suoi occhi avevano acquistato una direzione, avevano catturato un colpevole.

Dal fondo del campo altri due uomini si avvicinarono. Gostanza ebbe una vampa di calore e poi subito un brivido di freddo. Il sole era alto e la luce chiara quasi bianca sfumava i contorni.Voleva andare via da lì, voleva scappare. Ma Letizia la teneva per un braccio.

– Brutta strega, e volevi anche far morire il mio Federico! –

– No, no… non è vero! -, gridò disperata. – Gli voglio bene a Federico, è così piccolo, e poi io non ho figli, non gli farei mai del male -.

– Già non hai figli e sei invidiosa di me perché ne ho cinque. E volevi ammazzarmi Federico -.

Gli uomini erano arrivati tutti e le si erano stretti intorno.

Gostanza in un lampo capì che era di nuovo in trappola e che questa volta non poteva scappare.

_____

– Monna Gostanzanza da Libbiano, siete voi? – 

Appena arriva a Lari l’avevano portata al castello, al Tribunale. Lei non aveva fatto niente, perché l’avevano portata lì? Voleva solo che la lasciassero in pace. Era una donna sola, vecchia e brutta, non lo vedevano? Era così stanca, aveva camminato tutto il giorno e non le avevano dato niente da mangiare. Il suo nome. Quell’ uomo importante l’aveva chiamata per nome.

– Si, sono io -, ripose con un filo di voce senza alzare gli occhi dal pavimento.

– Sapete di cosa siete accusata? –

– Accusata? .di cosa? Non ho fatto niente -.

– Di stregoneria. L’accusa è molto seria -.  Quell’uomo importante era un prete, ora se n’era accorta. Ma se era un prete allora non c’era niente da fare. La mamma le aveva raccontato che il prete suo padre non l’aveva mai voluta nemmeno vedere. Gostanza pensava, mio nonno è un prete e lui è un prete e le sembrava una cosa buffa, le veniva da ridere ma non osava.

Si sentiva così sporca, aveva fame, era in piedi davanti a quell’uomo grasso, con i vestiti puliti, seduto dietro un grande tavolo, che le parlava tuonando dal cielo e mandava bagliori dagli occhi.

Stava tremando ma doveva dire qualcosa, doveva rispondere. se non si difendeva da sola nessun altro lo avrebbe fatto.

– No – , disse piano e subito sentì come risucchiarsi dentro e per un attimo pensò che voleva abbandonarsi a quel vuoto, buttarcisi dentro e farsi avvolgere: sarebbe stato dolce come quando era piccola e la sua mamma la cullava. Poi, invece, da dentro uscì una voce forte, chiara che disse:

– No, non sono una strega non ho fatto niente di male a nessuno -.

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