Lo scolapasta

Le bambine non riuscivano a smettere di ridere, sedute alla tavola apparecchiata, quella fuori, sotto la pergola. Stavano aspettando il pranzo e per la ridarella si scuotevano e ondeggiavano, a destra e sinistra, sedute sulle sedie. Elena, la più grande, otto anni, Lucia la mezzana, cinque e poi c’era la piccolissima Luisa, solo due, ma lei ancora non contava, per certe cose. Oltre a loro, seduta a tavola con il loro babbo, c’era Cecilia, la compagna di scuola di Elena. Anche lei rideva a più non posso.

Alberto, il padre, era appena uscito in fretta dalla porta a vetri della cucina che dava sul cortile, con infilato in testa un colino, e, movendosi a scatti, come spostandosi in mezzo alla boscaglia, si era avvicinato alla tavola apparecchiata e si era seduto, poi, sorridendo, aveva indicato la porta attraverso la quale si vedevano la mamma e la nonna che, come al solito, stavano urlando e litigando e aveva commentato: “Ci vuole l’elmetto! ”. A questo punto le bimbe avevano iniziato a ridere, tanto da doversi tenere la pancia.

Alberto era così, buffo per natura, e faceva sempre ridere le bimbe. Non era tanto bravo a mettere divieti od obblighi e neppure a farsi rispettare. Per quello ci voleva la mamma, Luciana.

Le bimbe avevano voluto mettersi anche loro in testa il colino a turno, e quando se lo metteva una, le altre ricominciavano a ridere come matte. Luisa, che era nel suo seggiolone e guardava tutta la scena contenta, partecipava gorgheggiando e battendo le manine, contribuendo a quella confusione come poteva.

Il circo durò pochi minuti perché mamma Luciana, avendo sentito quegli schiamazzi molesti e incontrollati, uscì in cortile con l’aria arrabbiata. Aveva in mano la zuppiera della pastasciutta, la appoggiò sul tavolo e, con lo sguardo storto da sotto gli occhiali, chiese: “ Cos’è questa confusione?”, poi si rivolse al marito: “Alberto, ma anche te! ”

Alberto si era bloccato, immobile, beccato con in faccia un sorriso a metà.

“ Dai!, il colino in testa anche alla piccolina no! Ma cosa te lo dico a fare, tu sei peggio di loro! ” Pronunciò il suo rimprovero con voce ferma, togliendo lo scolapasta dalle mani di Luisa, che se lo stava leccando tutto. Poi iniziò a mettere la pastasciutta nei piatti.

“Ma dai, si scherzava, tu e tua madre stavate facendo una litigata di quelle coi fiocchi e allora noi si cercava di sdrammatizzare un po’”, si giustificò Alberto, perché con la moglie lui si giustificava sempre.

Luciana fece un sorriso piccolo e stretto e si mise a sedere a tavola anche lei.

“Mangiamo, su!”, ordinò, per cambiare argomento. Le dispiaceva rimproverare quel suo marito matto ma, spesso, non poteva fare altrimenti sennò le bimbe chissà cosa imparavano e poi non davano più retta a nessuno. Nelle case ci voleva un padre e una madre perché ognuno facesse il suo, ma a lei era toccato di fare un po’ tutte e due.

Dopo il suo arrivo, le bambine si erano zittite, anche la piccolina, e mangiavano la pastasciutta in silenzio; lei, spesso faceva quest’ effetto, portava il silenzio dove c’era allegria.

Questa consapevolezza le provocava un peso in fondo allo stomaco, ma, si era data quella missione, essere quella che metteva le regole e le faceva rispettare e ormai non poteva farci niente.

Quello doveva fare, quello avrebbe fatto, per il bene di tutti, meno che il suo.

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