Balada para un loco

La sera era dolce, il buio interrotto da piccole, fioche luci in distanza. C’era un uomo sul palco che parlava e tre persone che suonavano strumenti ad arco. Armando ascoltava in silenzio, così gli avevano detto di fare.

– Non si parla quando siamo a teatro.

La musica era bella, arrivava dal palco ma anche da qualche altro posto e gli pioveva addosso e lo sommergeva completamente.

A lui quello non sembrava un teatro, si vedevano i campi con i covoni del fieno, all’orizzonte. Poi, quando era venuto buio e le luci si erano spente, aveva capito che sì, era certo un teatro ed era ammutolito anche lui come avevano fatto tutte le persone sedute vicine. A quel punto l’attore sul palco aveva iniziato a parlare.

Armando non capiva bene le parole, ma mentre quello parlava la sua testa si apriva e partiva, non sapeva bene nemmeno lui per dove. La testa di Armando partiva spesso, ma lui aveva imparato con gli anni a trattenerla, e oramai quell’esercizio gli riusciva facile. Quella sera però non aveva voglia di trattenersi e iniziò a girovagare pensando alla Lucia, che l’aspettava tutte le sere alla stazione, per scambiare chiacchiere e sigarette. Lucia era cicciona ma lui l’amava lo stesso. L’amava quando se lo ricordava, ma l’amava. Armando aveva avuto una moglie, una volta, ma erano tanti anni che non la vedeva, e ora amava la Lucia.

Le luci delle stelle gli stavano entrando dentro dagli occhi. Non facevano male, pizzicavano un po’ e gli vorticavano dentro, come mosse dal vento.

Armando non era stupido, sapeva bene di non essere come gli altri e aveva anche capito che ciò che vedeva e sentiva lui gli altri non vedevano o sentivano. Questo gli sembrava un problema degli altri non suo. Insomma, se gli altri non vedono tutto quello che vedo io, pensava, saranno gli altri, tutti gli altri ad essere meno di me. Questo pensiero era talmente enorme da non entrargli in testa, appena affiorava in superficie poi tornava subito sotto, come i pesci quando salivano a prendere il pastone che gli buttava quando era ragazzo e andava a pescare. Quelli salivano per mangiare il boccone ma, subito, ritornavano sotto per non farsi prendere: così facevano molti dei suoi pensieri, soprattutto quelli più pericolosi, che erano quelli che lo facevano stare peggio.

Quella sera, in quel teatro all’aperto, l’attore parlava spagnolo e lui non capiva niente, ma, allo stesso tempo, capiva tutto. Francesca, l’educatrice che li accompagnava sempre a teatro, al cinema era seduta accanto a lui, anche lei in silenzio e Armando sapeva che anche a lei piaceva quell’attore e i musicisti perché era una che quando non le piaceva una cosa lo diceva subito, chiaramente. Per questo si trovava bene con Francesca, perché si capiva cosa pensava. Si girò a guardarla, guardava verso il palco e lui vedeva solo il suo profilo, avrebbe voluto dirle, – bello, vero? – ma aveva paura di disturbare. Anche se non capiva niente Armando si sentiva chiamato, era come se l’attore dicesse a lui, proprio a lui, e lo prendesse in giro, ma volendogli bene, non per cattiveria. Lo prendeva in giro e allora anche lui voleva prendere in giro l’ attore, perché era una serata fatta apposta per divertirsi.

Si alzò in piedi. Alto e grosso com’era di sicuro quelli dietro non avrebbero più visto niente se non si fosse spostato subito nel corridoio. Nel vederlo Francesca si girò di scatto, e allungò un braccio per cercare di trattenerlo ma lui la guardò negli occhi sorridendo e dicendole: – Non ti preoccupare, mi voglio solo divertire -.

Così, leggero nonostante tutto, Armando iniziò a scendere i gradini e ad andare verso il palco, e mentre scendeva cominciò a disegnare qualche passo di danza, e gli sembrava strano che invece tutti stessero seduti, senza neanche muovere una gamba. Lui non poteva proprio trattenersi. Scendeva e, mentre scendeva, la gente guardandolo bisbigliava. Si voltò, Francesca si era alzata e lo seguiva sulle scale, anche lei si era decisa a ballare, allora. Finalmente! Quelle parole che l’attore cantava e recitava gli facevano venire voglia di agitare le braccia, più agitava le braccia più le lucine dentro di lui si agitavano, era bellissimo e non aveva paura, come succedeva, a volte, quando gli capitava di vedere le cose che gli altri non vedevano. Quelle erano le luci delle stelle ed era certo che tutti le vedessero. Arrivato sotto il palco si girò e, guardando verso il pubblico, ballò agitando le braccia.

D’ improvviso fu come se le luci del cielo fossero diventate miliardi e fossero scese tra le persone sedute che le guardavano ammutolite. Passarono solo pochi minuti di stupore e poi dal pubblico iniziò a salire un soffio leggero, un soffio potente che provocava il movimento delle luci che ondeggiavano lente. Allora tutti capirono che dovevano muoversi. E tutto il pubblico si alzò e iniziò a ballare. Armando alzò i pugni al cielo e gridò:

– Lo sapevo, lo sapevo che queste le vedevate anche voi. Ora vediamo tutti le stesse luci ! –

Che vittoria era quella, per lui! I pugni al cielo, come il vincitore di un incontro di pugilato, andò incontro a Francesca che lo guardava con una strana espressione sulla faccia.

– Cosa fai Armando? –

– Ballo, Francesca, non ci hai portati qua per questo?-

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...