Basta poco per migliorare la giornata

cherchi grazie

Ho letto questo piccolo libro che Papero Editore ha ripubblicato dopo che era uscito dal catalogo dell’ editore precedente.
Ho conosciuto Grazia Cherchi durante la frequentazione de La Bottega di Narrazione e quindi grazie ai suggerimenti di Giulio Mozzi e Gabriele Dadati, che è anche l’editore di Papero. Non sapevo chi fosse, ed era una giornalista, una consulente editoriale ed editor tra i più importanti della nostra letteratura. E’ morta nel 1995.
Questa non è una recensione, non sono in grado di farne una; vi dico cosa ho pensato mentre leggevo il libro: mi sono divertita e stupita, ho goduto della sottile ironia e del sincero spaesamento e straniamento che Grazia mostra di fronte a cose diverse: la maleducazione dei giovani in autobus, l’indifferenza, le personalità narcisistiche e l’egoismo dei suoi molti amici scrittori. La scrittura di Grazia è precisa, curata e distaccata. Molto bella.
Non ho altro da dire. Meglio lasciare la parola a lei.
” Certamente terrò conto dei tuoi consigli”, disse allarmato.
“E’ la prima stesura?” , azzardai
” A dire il vero è la terza e pensavo l’ultima”
Ci guardammo perplessi.
“Scusami ma mi sembra ancora un po’ farraginoso”.
Consigliavo di togliere su per giù una quarantina di cartelle.
“Insomma non ti è piaciuto”.
E poi, ancora
Sono in attesa di Sandro e Roberto, di professione critici letterari. L’indispensabile c’è, una bottiglia di wisky e mezza dozzina di bottiglie di Campari.
Chi arriverà per primo mettendomi discretamente in guardia dall’altro?
E anche
( siamo in autobus, luogo che Grazia frequenta spesso)
“Sei Grazia, vero?”, chiede uno sconosciuto. Non posso negarlo, ma sono già sulla difensiva.
“Non ti ricordi di me? Sono Bruno. Abbiamo fatto il liceo insieme”.
A ben guardarlo, rassomiglia molto al padre del mio antico compagno di scuola.
“Faccio l’architetto ma mi sono stufato”; mi informa. “Così mi sono preso due anni di libertà e ho scritto un romanzo”.
Il tono è di chi annuncia una buona novella.
“Non fa notizia. Oggi tutti scrivono romanzi”; dico.
“Sì, ma questo è speciale. Non dovrei essere io a dirlo, ma è proprio speciale. E ci ho impiegato due anni, due anni della mia vita! TI ho cercato molto negli ultimi tempi, ma non ti trovo mai. Vorrei che tu lo leggessi e mi dessi il tuo parere”.
La situazione  è eccellente: la prossima fermata è la mia.
Infine
Arriva Silvia, trafelata e senza gatta. In soggiorno ci mettiamo alla ricerca di un libro che incautamente le ho prestato e di cui ho bisogno.
(…)
Mentre invece del libro trova una quantità di altre cose che le strappano esclamazioni di sorpresa, Silvia mi intrattiene sulla sua lussureggiante vita sentimentale. Qui servirebbe una mappa. Questo tipo di confidenza, in cui eccelle, ha sempre le stesse parole d’avvio “Lo dico solo a te”. In questo preciso momento; in quello antecedente e successivo lo ha detto e lo dirà a chiunque capiti. Sono passioni travolgenti, le sue, e di eccezionale brevità. (…)
La domanda “Tu cosa faresti?”, inframmezza continuamente il racconto, ma Silvia provvede di persona a rispondere. 
Grazie a Il Papero, a Gabriele per aver fatto vivere di nuovo questa piccola luminosa cosa letteraria, arguta e intelligente, che migliora la giornata a chi la legge.

 

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Le vie del vero

Grazia Cherchi intervista Franco Fortini

verità

Mi sono imbattuta in due intellettuali, una di fronte all’altro, una Grazia Cherchi intervista l’altro Franco Fortini.
Questo è un brano dell’intervista in Scompartimenti per lettori e taciturni. Articoli, ritratti, interviste.  Editore Minimum Fax.

“D. E’ vero secondo te che chi è veramente intelligente nasconde di avere ragione?

R. Solo l’intelligenza dell’avarizia può anteporre il successo alla verità, e nascondere di avere ragione perché il mondo  se ne stupisca e la invidi. Poi c’è un’intelligenza ulteriore: che è fiducia – o astuzia bianca – nella discorsività e nella persuasione. e dice quel che pensa perché accetta, come un limite prezioso, i confini della convenzione comunicativa. rifiutando l’idea di una verità occulta, destinata agli iniziati. Ma c’è un altro grado, più alto: di chi può apparentemente nascondere di avere ragione perché sa di possedere altri percorsi per indurre a riconoscere il vero; ossia che il vero percorre molte altre vie oltre quelle dell’intelligenza. Costui è quello che diciamo un maestro.”

Sono commossa. Queste tre frasi raccontano un po’ anche il mio mondo. Sopratutto la certezza che il vero percorre vie diverse, ulteriori rispetto a quelle dell’intelligenza è ciò che mi commuove. Lo penso per me e per molti: il vero, che comunque va sempre riconosciuto e perseguito, va oltre! Figuriamoci se si dovesse affidare alla mia semplice intelligenza o capacità di argomentazione, figuriamoci.

Mo’ ci siamo scocciate

Quando raccontiamo di come abbiamo preso parola, di come abbiamo trovato il nostro posto nel mondo, noi donne partiamo dalla nostra storia, dalle nostre radici e relazioni. So bene di non dire niente di nuovo ma lo ripeto volentieri, forte della conferma arrivata dai commenti al post dal titolo “Che c’è di male?Continua a leggere

Il cesto dei panni sporchi

in un paese di montagna nel sud tre amici fanno il bagno nel fiume cercando di non essere scoperti ma alla fine vengono scoperti

lavandaie

Tore, Francesco e Michele erano andati a nuotare al fiume anche se era novembre. In quella pozza che l’acqua formava scendendo dalla cima della loro montagna, ci nuotavano meglio che in una piscina, dove comunque non erano mai stati. In paese la prima piscina fu costruita negli anni ottanta, quando Tore era già all’ Università.
Il fiume era tutto quello che avevano e loro andavano a nuotare tutte le volte che potevano, d’estate con, d’ inverno senza, il permesso delle mamme.
Quel pomeriggio si erano dovuti nascondere in fretta, accucciandosi dietro i cespugli sulla riva, per non essere visti dalla mamma di Tore, che arrivava camminando lentamente sul sentiero con la cesta dei panni sporchi in testa.
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Adolescenti e politica un secolo fa

Eravamo ventisei, mi pare, maschi e femmine in numero equilibrato. Eravamo grandi, alcuni già diciottenni col privilegio di firmarsi da soli le giustificazioni, traguardo festeggiato di solito con almeno un giorno di “buco” a scuola per tornare il giorno dopo con la giustificazione firmata di proprio pugno e sancire definitivamente l’ ingresso nell’età adulta.
Erano mattine passate gomito a gomito, maglioni d’ inverno, jeans d’ estate, il caldo dai termosifoni alti, quelli di ghisa, perché la scuola era antica, con i soffitti altissimi e le finestre da collegio sulle alpi svizzere. A differenza delle altre scuole, al classico avevamo il privilegio di entrare in classe appena si arrivava, la mattina, senza dover aspettare fuori al freddo che il bidello aprisse il grosso portone alle otto in punto. Un gruppetto di noi arrivava un po’ prima e entrava subito in classe, il Preside si fidava, eravamo al classico, diamine: tutti bravi ragazzi. Tutti bravi ragazzi, certo, figli di famiglie borghesi, importanti, conservatrici o rivoluzionarie che fossero.

Ricordo la prima assemblea in quarta ginnasio.

Contenta: finalmente si partecipa; interessata: la mia famiglia operaia mi aveva bene addestrato, la politica era di casa, era pane quotidiano da noi. Non ricordo il tema, c’entravano gli operai però! Chi, meglio di me… Presi la parola. Una di quarta era un evento, di solito la legge non scritta affermava che intervenivano pubblicamente in assemblea quelli del liceo, se si faceva ancora il ginnasio si ascoltava in silenzio. Io, invece no, chiedo di parlare e racconto una cosa che mi aveva raccontato mio padre, che mi aveva colpito molto e cioè che nella sua fabbrica gli operai per andare in bagno avevano quindici minuti e non di più e un tizio che li cronometrava.
Si parlava di diritti degli operai, diamine, e a me sembrava che il diritto di stare in bagno quanto era necessario fosse il minimo. Silenzio nell’aula affollata di studenti. Io piccola, ancora più piccola. Nessuno commenta il mio intervento e si riprende da dove si era lasciato.
La sensazione di essere invisibile me la sono tenuta a lungo, la certezza di essere fuori posto, forse, per sempre.

Ancora su donne e potere.

filastrocche-streghe.
Questa immagine è la strega di Biancaneve, di Disney. Ho cercato immagini di streghe online. Moltissime immagini della serie televisiva Streghe, tutte le altre – non è che ho guardato proprio tuttetutte le immagini in rete – erano di donne vecchie e bruttissime o di donne giovani e sexy.  In entrambi i casi quindi immagini che rispettano sia lo stereotipo della strega come donna vecchia e brutta ed emarginata per questo che quello della donna che strega con le sue caratteristiche sessuali.

Riporto qua un brano che ha illuminato la mia ricerca:

“Quella che, dal trono d’Oriente, insegnò le virtù delle piante e il cammino delle stelle che, al tripode di Delfi, splendida del dio di luce, porgeva oracoli al mondo prostrato, questa, mille anni più tardi, la si caccia come fosse una bestia selvaggia, è inseguita agli angoli delle strade, umiliata, straziata, lapidata, piegata sui carboni ardenti.

Non bastano i roghi al clero, né al popolo le villanie né i sassi al fanciullo, contro la disgraziata. Il poeta (fanciullo anch’esso) la lapida con un’altra pietra, ancora più crudele per una donna. Suppone, chissà perché?, che fosse sempre laida e vecchia. Alla parola Strega, appaiono le orrende vecchie di Macbeth. Ma i crudeli processi mostrano il contrario. Molte morirono proprio perché giovani e belle.
La Sibilla prediva la sorte, la Strega la fa. Ecco la grande, autentica differenza. Lei chiama, cospira, opera il destino. Non è l’antica Cassandra che tanto bene conosceva l’avvenire, lo lamentava, l’attendeva. Lei lo crea. Più di Circe, di Medea, possiede la verga del miracolo naturale, e per sostegno e sorella ha la natura.” La strega, Jules, Michelet

Sto cercando di immaginare come donne senza potere e senza parola, senza un ruolo pubblico riconosciuto ( nel medio evo come adesso) e che quindi, per questo, sono deboli, fragili, insignificanti, sottovalutate, possano divenire potenti, impossessarsi di un’influenza tale da veder realizzati i loro desideri ( le loro profezie).